Una lettera protocollata. Un atto ufficiale, insomma, neanche si stesse preparando chissà quale scottante "dossier" nei nostri confronti. E' stata inviata al nostro giornale. Mittente: l'Ambasciata d'Italia di Montevideo.

Vi si legge, a proposito del voto degli italiani residenti in Uruguay, che tutto è filato liscio, tutto è andato bene. Che, insomma, queste politiche, almeno al di qua dell'Oceano, sono state un successone! Oibò, viene lecito chiedersi: chi mai ha parlato di catastrofi, disordini o cos'altro?

Effettivamente tutto si è svolto regolarmente né ci risultano file o zuffe davanti ai seggi. Sì, è stato un voto tranquillo. Forse anche troppo. Sarà forse che alle urne ci sono andati in pochi? Perché si, egregio ambasciatore, il problema non è come o in che modo si sia andati a votare, quanto in che numero i nostri connazionali residenti all'estero, lo abbiano fatto.

Appena il 20% degli oltre 80mila aventi diritto. Una percentuale striminzita, addirittura in diminuzione rispetto ai dati di cinque anni fa, in un Paese dove andare a votare è “normale”, una prassi consolidata anche dall’obbligo legislativo. Ed è contro questo calo drastico che ha alzato la voce il Comites, l'organo di rappresentanza degli italiani d'Uruguay, ed i candidati, puntando il dito contro la scarsa visibilità data all'evento, contro la decisione, da parte dell'ambasciata italiana, di non organizzare neanche una conferenza stampa per pubblicizzare tale importante scadenza (salvo poi correre ai ripari ad appena 24 ore dalla chiusura dei seggi!) e infine, contro la decisione del rappresentante della Farnesina di andarsene in ferie proprio mentre infuriava la campagna elettorale.

Ci chiediamo: il protocollo è stato inviato anche al Comitato e ai candidati? Perché noi, come giornale, ci siamo semplicemente limitati a fare il nostro mestiere, raccogliendo cioè le lamentele espresse dal Comites, senza analizzare alcunché o fare chissà quale disamina politica del voto. Tutto qua. Invece l'ambasciatore ha preferito prendere carta e penna ed indirizzare un altro atto protocollato al nostro quotidiano ( questa volta, però senza messo alla porta…).

Sarebbe bastato, da parte sua, una banale mail magari con la dicitura "la prego di pubblicare", o una formula tipo "per cortesia" e noi - che pure non siamo obbligati a pubblicare alcunché - non ci saremmo certo tirati indietro. Invece no. Forse il capo della diplomazia di Montevideo ci ha scambiati per...l'intendenza di Finanza o, chissà, per una sua succursale!

Protocollo, "documento diplomatico destinato ad attestare il raggiungimento di un accordo internazionale e idoneo a produrre gli stessi effetti giuridici di qualsiasi documento di accordi (trattati, convenzioni ecc.) tra soggetti di diritto internazionale. Nella prassi diplomatica, p. indica prevalentemente un documento accessorio o complementare rispetto a un accordo principale” recita il vocabolario Traccani… Ma noi non abbiamo accordi con le ambasciate, i consolati o il ministero degli esteri, o partiti politici. Con nessuno.

Eppure dovrebbe sapere, l'ambasciatore che "La Gente", proprio come recita anche la nostra testata, è il giornale della "gente" non certo quello dell’ambasciata o di altri… Che dire? Bene farebbe, a questo punto, l'ambasciatore ad inviare una lettera protocollata anche al al Ministero degli Esteri dicendo che le elezioni in Uruguay sono andate benissimo. In tal caso, se la mandasse anche a noi, in copia conforme, saremmo ben lieti di poterla pubblicare.

Mimmo Porpiglia

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