Tornano le bombe. Quelle della ndrangheta. Una l’avrebbero piazzata sotto una Ford Fiesta. Un giro di chiave nel quadro di contatto e il boato è risuonato sinistro nelle campagne intorno a Vibo Valentia. Zona di ndrangheta e di residenza dell’impero criminale delle ‘ndrine. Miliardi da droga e riciclaggio. Il territorio su cui insiste una delle più potenti e sanguinarie organizzazioni criminali d’Occidente. La ‘ndrina dei Mancuso. Grandi, enormi
raccoglitori per anni di droga dai colombiani di El Mono Mancuso, il capo di origini italiane, ma non parente dei boss del clan operativo a Vibo Valentia. La coca veniva spedita in mezzo mondo dentro giganteschi e pesantissimi tubi di marmo.

La rete dei Mancuso è di una vastità enorme, dalla Brianza all’Emilia Romagna, dall’Australia al Canada. La bomba intendeva uccidere Matteo Vinci e non ha voluto correre il rischio di sbagliare. Ex rappresentante di farmaci, candidato con una lista civica alle ultime comunali, non eletto, Vinci non l’ha scampata. Le fiamme hanno completato il lavoro della bomba. Del quarantaduenne di Limbadi è rimasto un cadavere carbonizzato. L’onda d’urto gli ha sbriciolato le gambe, impedendogli di uscire dalla Ford Fiesta trasformata in una pira mortale. Francesco Vinci, il padre di Matteo, è riuscito a salvarsi. Ma in quali condizioni?

Aperta la portiera dell’auto, ha chiamato i soccorsi. Ferito con grafi ustioni sul venti per cento del corpo, il settantenne ha solo potuto assistere al lavoro irreparabile delle fiamme che consumavano il corpo del figlio. Francesco Vinci, sotto shock, ora è ricoverato in condizioni gravi all’ospedale di Vibo Valentia. I primi rilievi tecnici e le poche informazioni raccolte hanno consentito agli inquirenti, prontamente accorsi, di eliminare qualsiasi dubbio. Ad uccidere Matteo Vinci non è stato un cattivo funzionamento dell’impianto di alimentazione dell’auto, come inizialmente ipotizzato.

La ‘ndrina dei Mancuso avrebbe deciso che quello era il giorno dell’ex candidato alle elezioni comunali. Doveva morire. Peggio ancora, andava cancellato. Sembra inequivocabile il contenuto del messaggio della ‘ndrangheta. Il motivo è sembrato subito chiaro al pm Andrea Mancuso e agli altri componenti della task force formata da Annamaria Frustaci e Antonio Di Bernardo, chiamati da indagare dal procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri.

Il territorio di ‘ndrangheta in questione è di primo livello, in quanto a ferocia del clan, roba di serie A, pari a certe zone del Crotonese. Clan cinici, biechi, in grado di pianificare e portare a compimento efferati, brutali omicidi. Quello di Matteo Vinci ne è la più attuale e tragica testimonianza. Incensurato, ma oggetto di indagini di mafia, in campagna Matteo Vinci aveva vicini ingombranti e sinistri. Sara Mancuso, sorella del boss del clan omonimo, è proprietaria dei terreni confinanti. Gli inquirenti battono infatti questa pista.

Sara Mancuso ha sempre reclamato il possesso del piccolo apprezzamento di terreno dei Vinci. Tra le due famiglie è in piedi da tempo un contenzioso civile. La famiglia
Vinci non ha mai ceduto alle pretese del clan Mancuso. Una difesa arcigna, determinata, inviolabile, che talvolta ha acceso anche violente risse. Mai con le armi però, solo mani e cazzotti. La più violenta nel 2014: Francesco Vinci ne uscì gravemente ferito da Rosa
Mancuso. Finirono in prigione donna Rosa e Matteo Vinci, rapidamente scarcerati. L’antimafia si interessò al caso.

L’ipotesi più accreditata porta gli inquirenti a considerare questo omicidio come un’opera dei boss eseguito dai padroni incontrastati del Vibonese. Nella zona stanno cambiando oltretutto molte cose, a colpi di lupara e pistole. Tre volte, nell’ultimo mese, la
procura antimafia di Catanzaro ha dovuto eseguire fermi per impedire l’allungamento della scia di sangue. Lunedì mattina sono finite in manette le vedove nere della famiglia Inzillo, fermate prima che si registrasse un nuovo omicidio.

Le autobombe sono tornate in Calabria. Dove quattro volte la ‘ndranghetale usate. Ma per motivi di una portata diversa da quella piazzata sotto la Ford Fiesta nella campagna intorno a Vibo Valentia. Autobombe impiegate solo per uccidere uomini di grande peso nel panorama più feroce criminalità organizzata. Un’autobomba atipica, questa. Perfino sottile, la differenza è tutta nel movente. Anche in questo caso l’ordigno pare sia stata azionato da un radiocomando. Vale come conferma: i clan non badano a spese quando decidono di uccidere.

 

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