L’attualità di Gioachino Rossini è innegabile, anche se sono passati 150 anni dalla scomparsa, avvenuta a Passy, in Francia, 13 novembre 1868. Per ricordare l’avvenimento il Museo teatrale alla Scala di Milano dedica una mostra a Rossini curata dal regista Pier Luigi Pizzi aperta sino al 30 settembre. Ai ritratti e cimeli che fanno parte della mostra permanente del teatro si aggiungono elementi come il manoscritto del “Tancredi” e testimonianze degli allestimenti storici della Scala: da quelli dello scenografo ottocentesco Alessandro Sanquirico a quelli di Pizzi, Luca Ronconi e Jean-Pierre Ponnelle di cui viene ricostruita in Scala la scenografia de “L'Italiana in Algeri” fino alla “Gazza Ladra”, dello scorso aprile, con la regia di Gabriele Salvatores. Le celebrazioni per Rossini saranno completate da diverse esecuzioni musicali in Lombardia.

Rossini, noto per la rapidità nelle composizioni, ebbe una carriera breve e rapida: scrisse infatti trentanove opere di rilievo in diciannove anni, prima del suo improvviso abbandono del teatro nel 1829, afflitto da depressione. Ad esempio per scrivere il suo capolavoro, “Il Barbiere di Siviglia” impiegò soltanto venti giorni. Inoltre era molto attento al pubblico infondendo una certa rapidità nelle esecuzioni, specialmente nei secondi atti. Così “Gazza ladra” e “Guglielmo Tell” sono ancora attuali da diventare colonne musicali di film (pensiamo a “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick), di pubblicità o di cartoni animati. In “Ciro di Babilonia” inventò un’aria per la seconda donna sul palco che riuscì ad attirare l’attenzione del pubblico mentre mangiava un sorbetto: così l’aria “Chi disprezza gli infelici” è ancora oggi chiamata “l’aria del sorbetto”.

Il perché della Scala è presto detto: ebbe un ruolo fondamentale nel lancio e poi nella riscoperta del compositore pesarese. A riprenderlo negli ultimi anni è stato soprattutto Claudio Abbado. Per questo il Museo ha dedicato ben due piani al patrimonio rossiniano.
Pizzi non fa altro che essere l’interprete di Rossini, una sorta di regista rossiniano. “Il progetto è nato su suggerimento del direttore del museo, Donatella Brunazzi, - ha
spiegato Pizzi all’inaugurazione ed è stata modulato sulla produzione scaligera con materiale adatto allo spazio. Abbiamo puntato sui suoi cantanti e impresari ma soprattutto sui cimeli”.

Di qui la scelta di materiale riguardante la grafica: Pizzi ha deciso di ripartire dalla Scala e dalla collezione di quadri, costumi, cimeli, ricollocati e restaurati. Si possono vedere i dipinti che immortalano i grandi cantanti legati al musicista, da Isabella Colbran a Giuditta Pasta e dell’impresario Domenico Barbaja, l’ombra che aleggia dietro a Rossini ma anche a Bellini e Donizetti, che da cameriere divenne amministratore dei grandi teatri nell'epoca d'oro del melodramma. Sono esposte riproduzioni di allestimenti e una teca raccoglie i gioielli di scena, tra i quali la corona indossata da Giuditta Pasta in “Semiramide”. Fanno bella mostra anche i manoscritti di “Tancredi” e uno schizzo spiritoso con alcune battute in francese come “Senza il permesso di Verdi”.

Sempre al secondo piano ruota il modello in scala delle scene del “Barbiere di Siviglia” e la scenografia de “L'italiana in Algeri” con i costumi originali. “Il percorso continua nelle stanze in cima alla scala – spiega Pizzi –. Là si ascolta la musica di Rossini, si è cercato di spiegare la genialità delle sue invenzioni e delle autocitazioni, di raccontare cos’è un crescendo rossiniano, la comicità irresistibile delle sue opere buffe, la forza drammatica delle opere serie”. I video sono tre: quello introduttivo per una biografia in pillole, un altro dedicato alla riscoperta di alcune opere e infine “Rossinimania” che ripercorre la fortuna che il musicista raccolse nell’epoca delle immagini in movimento.

Nato a Pesaro il 29 febbraio 1792, anno bisestile, quindi, a rigore di termini, compiva un compleanno ogni 4 anni, il compositore era un buongustaio e un tipo simpatico, ma
anche pronto a cadere in depressione. Alla Scala Rossini arrivò giovanissimo, a soli a vent’anni, nel 1812, con “La pietra del paragone”. Le cronache danno un esito “buonissimo” tanto che ebbe 53 repliche. Di antica e nobile famiglia marchigiana, le condizioni economiche dei Rossini erano all’epoca modeste: il padre aveva l’impiego di trombetta comunale, la madre era cantante. Nelle trentotto opere scritte, gran parte sono buffe come “Il Barbiere di Siviglia”, “L’Italiana in Algeri”, “Il turco in Italia”. Con “Guglielmo Tell”, l’opera seria, chiuse la sua produzione operistica, a soli 38 anni.

Alla carriera di compositore mise fine invece nel 1864 con la incantevole “Petite messe solennelle” che egli presentò, con scherzosa bonomia, come il suo ultimo “péché de vieillesse” (peccato di vecchiaia). Il repertorio rossiniano è stato rappresentato alla Scala con grande frequenza. La storia di questi allestimenti è raccontata in mostra da oltre 100
oggetti, immagini, bozzetti e costumi. “È stato proprio il Teatro alla Scala – ha ricordato il Sovrintendente Alexander Pereira – a contribuire alla riscoperta del genio pesarese e a riportarlo inscena nel’900 con gli artisti più rappresentativi”. Arturo Toscanini inaugurò proprio con “La gazza ladra” la sala del Piermarini risorta nel 1946 dopo i bombardamenti del 1943.

Di lui restano anche grande e folgoranti battute come quando disse: “Ho pianto tre volte nella vita, quando mi fischiarono la prima opera, quando sentii suonare Paganini e quando mi cadde in acqua, durante una gita in barca, un tacchino farcito ai tartufi”.

Marco Ferrari

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