State organizzando una party in casa con decine di amici. La cena - indubbiamente - è a buffet. Per un momento immaginate sulla tavola solo bicchieri di vetro, posate di acciaio, piatti di porcellana e acqua e bibite servite nelle caraffe. Basta un’istante e l’idea viene subito rimossa e sepolta nella parte più remota del vostro cervello. Chi si occuperà di riempire continuamente le caraffe? Come fare con le forchette sporche? E soprattutto, chi laverà le stoviglie? Il lavoro del dopo-festa si moltiplicherebbe all’infinito.

Di sicuro però la Terra ve ne sarebbe riconoscente. Soprattutto se il cambio di stile non si limiterà al singolo evento ma coinvolgerà l’intera sfera quotidiana. Perché non ce ne accorgiamo - o non vogliamo farlo - ma se invece dei pesci nei fiumi e nei mari ‘nuotano’ sempre più bottiglie e sacchetti di plastica, la colpa è di tutti noi. Beviamo troppa acqua (in bottiglie di plastica). Dal 1950 al 2009 la produzione di plastica è aumentata da 5,5 milioni
a 100 milioni di tonnellate. E le bottiglie sono quelle che incidono maggiormente: secondo i dati di Euromonitor International, oggi se ne acquistano nel mondo un milione ogni minuto, 20mila al secondo. E l’Italia non sta a guardare: ognuno di noi, in media, ogni anno beve 208 litri di acqua in bottiglia. Siamo i primi in Europa (dove la media è di 106 litri a testa) e i secondi al mondo, dietro ai messicani (244 litri).

Un trend che la Commissione europea vorrebbe frenare - o quantomeno rallentare - con una nuova direttiva appena rivisitata sulle acque potabili, con l’obiettivo di ridurre il consumo di acqua in bottiglia. Esaminiamo il caso delle bottiglie d’acqua: secondo quanto afferma un articolo del 2009 pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, e ripreso da Il Post, per fabbricare una bottiglia di polietilene tereftalato (più noto con la sigla PET, è il tipo di plastica con cui si fanno normalmente i contenitori per l’acqua), imbottigliare l’acqua, trasportare e tenere al fresco una bottiglia serve un’energia pari a circa duemila volte quella necessaria per ottenere la stessa quantità d’acqua da un rubinetto collegato all’acquedotto.

La quantità di energia necessaria per produrre e consegnare acqua in bottiglia può variare a seconda del luogo in cui avviene l’imbottigliamento, della fonte dell’acqua (in Italia l’acqua minerale proviene quasi tutta da sorgenti naturali, ma si trova anche acqua purificata), della distanza tra il luogo di imbottigliamento e il consumatore, e del tipo di materiale e di imballaggio utilizzati per le bottiglie. Negli ultimi anni le aziende produttrici ai bevande in bottiglia hanno cominciato a produrre bottiglie più sottili per ridurre il consumo di plastica. In generale, la plastica non riciclabile diventa subito un rifiuto che se
non gestito in modo opportuno finisce nell’acqua che beviamo, che usiamo per innaffiare piante che mangeremo o che utilizziamo per cucinare. Finisce negli stomaco degli animali e inquina i terreni. Non siamo più virtuosi con i sacchetti di plastica.

Secondo i dati di Assobioplastica,  consumiamo tra 9 e 10 miliardi di sacchetti di plastica e circa 150 a testa all’anno. I dati dell’Unione europea (gli ultimi disponibili) ci ponevano nel 2010 in una posizione intermedia tra i Paesi Ue, calcolando circa 190 sacchetti a testa per ogni cittadino europeo, con l’Italia poco sopra i 200. Fanno peggio i greci, che viaggiavano con circa 250 buste di plastica a testa all’anno, fino ad arrivare a un plotone di testa fatto di ungheresi, polacchi, portoghesi, ma anche estoni, lettoni e lituani, nonché slovacchi e sloveni tutti abituati a utilizzare 500 e più sacchetti all’anno, cioè due volte e mezzo quello che facciamo noi.

In questi Paesi il sacchetto di plastica non è benvenuto. Alcuni Paesi del mondo, dove il problema è particolarmente serio, hanno deciso di mettere al bando o tassare l’utilizzo di sacchetti di plastica. Ecco quali sono:

Africa
Kenya, Mali, Camerun, Tanzania, Uganda, Etiopia, Malawi, Marocco, Sudafrica, Rwanda
Botswana. Nonostante il mercato nero e l’uso illegale dei sacchetti di plastica, nel solo Sudafrica l’utilizzo è diminuito del 90%.

Asia
Tra divieti (pochi) e tassazioni, ecco i Paesi dell’Asia in cui i sacchetti di plastica sono visti come il fumo negli occhi: Bangladesh, Cambogia, Cina, Hong Kong, India, Indonesia, Malesia, Taiwan, Australia. In Australia non vige un divieto unico ma alcune zone hanno messo fuori legge l’utilizzo di buste di plastica: Territorio del Nord, Sud Australia, Tasmania.

Europa
L’Europa è da tempo molto attiva nella lotta alla ‘sportina' di plastica. Nel 1994 la Danimarca fu il primo Paese al mondo a tassarla, ottenendo una riduzione del 50% del suo utilizzo. Nel 2002 l’Irlanda fece lo stesso con risultati ancora migliori: -90%. Di recente l’Ue si è posta l’obiettivo di ridurre dell’80% l’uso di sacchetti di plastica. E in questo senso si sta muovendo anche l’Italia con l’introduzione della discussa legge sui sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura. Ma non è la sola ad aver introdotto misure contenitive. Ecco le altre: Inghilterra, Galles, Scozia, Germania.

Ma c’è anche un rovescio della medaglia, come insegna il caso della regione di Mumbai: Maharashtra. Oltre 1.200 tonnellate: questa la quantità di plastica che Mumbai produce ogni giorno, una gran parte della quale finisce nei canali, nei fiumi e nei mari. E così il governo ha imposto un divieto sui prodotti in plastica. Ma cosa significa ciò per le persone che lavorano nel settore della plastica? “Ci ho messo 28 anni per ottenere questo ruolo e
all’improvviso finisce tutto per colpa di una legge”, dice alla BBC Mandar Dalvi, produttore di sacchetti di plastica. “Mi irrita molto. Non mi sta bene. E’ il mio pane quotidiano”.

In molte zone della regione la plastica rappresenta la prima fonte di guadagno per migliaia di fabbriche che hanno dovuto stoppare la produzione. Secondo le stime, i lavoratori che potrebbero perdere il loro posto a seguito di questa nuova legge sono mezzo milione. 500mila persone pronte a battersi nelle aule dei tribunali per difendere la loro fonte di sussistenza. “In questo momento ho 28 operai e negli ultimi 15 giorni non abbiamo avuto lavoro”, spiega Dalvi. “Ho spiegato loro la situazione, ma non so cosa accadrà in futuro”. “La plastica non è il male, sono le nostre abitudini a essere sbagliate. Parliamo di un materiale fenomenale, potremmo riciclarla fino a 10 volte”.

Per il governo il divieto è stato necessario per far fronte alla seria minaccia per l’ambiente che la plastica rappresenta. Cosa possiamo fare noi? Si può vivere senza plastica? O almeno provare a consumarne meno? Sì, se si seguono alcune accortezze. Ecco alcune buone abitudini raccolte dal New York Times e dal Guardian. Il primo consiglio è quello di usare una bottiglia di plastica riutilizzabile e di riempirla di volta in volta con l’acqua del rubinetto. Non dimenticate di portarvela dietro in modo tale da non comprare nuove bottigliette. Se poi la vostra paura è che l’acqua del rubinetto non sia di buona qualità (cosa davvero rara in molte zone d’Italia), esistono degli appositi filtri per rubinetti oppure brocche che filtrano sia il calcare che il cloro e alcuni metalli – come piombo e rame  che potrebbero arrivare dai tubi domestici.

Dalle buone e semplici pratiche a quelle più complesse, non fosse altro per la reperibilità. Rinunciate alle cannucce o, se proprio non riuscite a farne a meno, usate quelle di carta o di acciaio inossidabile. Lavate e riutilizzate i sacchetti freezer. Scegliete spazzolini per i denti in bambù e preferite dentifrici in contenitori di vetro. Non acquistate frutta e verdura già imballata.

Sonia Montrella

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