Di Maio e Salvini

Tutto comincia quando il Movimento, che in Friuli Venezia Giulia perde oltre i limiti dell’immaginabile e dimezza i consensi rispetto a 55 giorni fa, decide di rilanciare: Gigi Di Maio chiede a Matteo Salvini di fare fronte comune e imporre a Sergio Mattarella lo scioglimento anticipato delle Camere. Quasi contemporaneamente il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, sbotta dopo l'intervista di domenica sera di Matteo Renzi, favorevole alla linea dell'opposizione senza se e senza ma.

"Chi perde si fa da parte", manda a dire Martina al predecessore, "per me è impossibile guidare il partito in queste condizioni". Risultato: nuovo colpo alla tenuta della legislatura. Anche se difficilmente si andrà a votare a giugno, bisognerebbe sciogliere entro lunedì. Primo dato della minitornata friulana: la bassa affluenza. Poco meno del 50 per cento. Un elettore su due è rimasto a casa. I dati usciti dalle urne, invece, sono questi: Lega Nord 35%; Partito democratico 18,39%; Forza Italia 12,12%; Movimento 5 stelle 7,27%; Progetto Fvg per una Regione speciale Fedriga presidente 6,08%; Fratelli d'Italia - Alleanza nazionale 5,64%; Cittadini per Bolzonello presidente 4%; Autonomia Responsabile 3,83%; Patto per l'Autonomia 3,57%.

Al di là dei numeri, vuol dire che la Lega si rafforza e non di poco, anche perché il candidato presidente di tutto il centrodestra è il verde Massimiliano Fedriga, e questi a sua volta ha avuto un buon risultato personale con la lista a lui direttamente collegata. Forza Italia può sorridere: migliora la sua percentuale rispetto alle politiche del 5 marzo, anche se al Nordest è un junior partner degli alleati. Il Pd evita la terribile figuraccia del Molise, ed ottiene un dato in linea con la media nazionale. Anzi, un po’ migliore. Comunque, ha perso la regione e la cosa non può fare piacere. Con il centrodestra il distacco poi è quasi abissale: una trentina di punti.

Si riapre la partita del governo? Certamente Matteo Salvini tenta di proiettare subito il dato del Friuli Venezia Giulia su scala nazionale, e su Facebook esulta così: "Dopo i molisani, anche donne e uomini del Friuli Venezia Giulia ringraziano il Pd per l’egregio lavoro svolto, e salutano Di Maio & Compagni. Grazie. Andiamo a governare, io sono pronto!". Evita, ed il particolare non è da poco, di sollevare la questione della leadership all’interno del centrodestra: tanto il leader è lui, e non può che trar vantaggio dal presentarsi sul tavolo delle trattative con i grillini con tutta la compagine unita. Non a caso da Forza Italia Anna Maria Bernini sottolinea: "Il centrodestra ottiene una grandissima vittoria, riconquistando la Regione a Statuto speciale dopo una legislatura a guida Pd. Il voto registra un forte arretramento dei Cinque Stelle, a riprova che la coalizione di centrodestra, quando è unita, non ha avversari".

Anche il Pd di osservanza renziana gongola, perché se i grillini perdono, perdono anche quelli del Pd che con i grillini vogliono fare un accordo. E Michele Anzaldi esorta impietoso: Di Maio “inizi con un'approfondita analisi del voto: i cittadini in queste settimane hanno visto il suo volto arrogante, arrivista e inconcludente, pronto a tutto pur di entrare a Palazzo Chigi". Il progetto politico dei renziani è palese, e provoca la reazione di Martina. "Per il rispetto che ho della comunità del Partito Democratico porterò il mio punto di vista alla Direzione nazionale di giovedì, che evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione", è la sua amara constatazione. Poi aggiunge: "Servirà una discussione franca e senza equivoci perchè è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema". E conclude: "Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave, nel metodo e nel merito. Così un Partito rischia solo l'estinzione".

Intanto il M5S, stretto nell’angolo dal risultato friulano, rilancia con il suo capo politico Di Maio: "E' evidente che i partiti resistono con tutte le forze "per mantenere" i loro sporchi interessi"; "Per me non c'e' altra soluzione. Bisogna tornare al voto il prima possibile", e "a Salvini dico: andiamo insieme a chiedere di andare a votare a giugno". Insomma, si riscopre almeno per un giorno la vocazione movimentista. Ma questo non vuol dire che il voto sarà immediato. Innanzitutto, Salvini deve rompere definitivamente gli indugi (ed i rapporti con Berlusconi, che una volta di più rischia di non potersi candidare e soprattutto ha bisogno di tempo per far riprendere energie a Forza Italia). Poi c'è il nodo delle tensioni interne del Pd: in ogni caso sarà impossibile prendere una decisione prima della direzione del partito, convocata per il 3 maggio, che è domani, giovedì.

Una volta proceduto con la conta, ci vorrà una giornata almeno per chiarire il quadro e trarre le dovute conseguenze. Si arriva così a venerdì. Aggiungere, a questo punto, i necessari adempimenti istituzionali. Vale a dire: Mattarella dovrà prendere visione della situazione, probabilmente prendersi del tempo per riflettere e, in caso di scioglimento, sentire i presidenti di Camera e Senato perchè il loro parere è obbligatorio per dettato costituzionale. Difficile che lunedì si avrà, salvo ulteriori accelerazioni, l'annuncio. La prima data possibile, a questo punto, sarebbe il 23 settembre. Il che implicherebbe, comunque, uno scioglimento a luglio ed una campagna elettorale agostana. Non il massimo per smuovere un'opinione pubblica che sta dando da tempo segni di stanchezza.

 

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