Nella famiglia di José Mendez Zilli la cucina ha sempre rappresentato un elemento di unione e di mantenimento delle tradizioni friulane. Suo nonno, emigrato da Gemona, portò con sé alcune pentole dall’Italia in modo da riprodurre alla perfezione nel nuovo paese il piatto della sua terra di origine.

Oggi, oltre mezzo secolo dopo, la tradizione continua ad essere mantenuta all’interno della chacra Gemona dove la Famèe Furlane di Montevideo si riunisce per un avvenimento speciale: la seconda sagra della polenta organizzata in Uruguay.

“Dopo il successo dello scorso anno -raccontano gli organizzatori a Gente d’Italia - dovevamo ripeterlo. Vogliamo che questo diventi un appuntamento tradizionale”. Lo scenario è uno di quelli ideali, un paradiso naturale a pochi chilometri da Montevideo circondato da tanto verde e tranquillità: una riproduzione aggiornata del mondo rurale degli emigrati che si riunivano attorno al fogolâr, ossia il focolare, per stare insieme.

La preparazione della polenta segue il rito antico sul fuoco possibile grazie al cjavedâl che riesce a conferire al piatto un’area magica. Indicato in italiano con il nome di “alare doppio”, questo oggetto è costituito dai due collegamenti orizzontali e ha il compito di sostenere - per mezzo di una breve catena terminante con un gancio - le pentole durante la cottura del cibo.

Il cuoco della giornata è Bernardo Zannier che sotto un cocente sole di primavera prepara lentamente la farina di mais prendendosi cura del fuoco e aggiungendo di tanto in tanto qualche piccolo ramo per mantenere omogenea la fiamma. Una volta cotta, la polenta viene tagliata a fette rigorosamente con un filo di refe e poi servita al pubblico impaziente.

“Oggi è un’altra giornata di allegria e di condivisione all’insegna di un simbolo della nostra gastronomia e della nostra cultura” racconta dopo pranzo Zannier, presidente della Famèe Furlane che riunisce i corregionali da settantaquattro anni. La preparazione della polenta segue un “procedimento abbastanza semplice” ma che “deve essere continuamente seguito”.

Il fattore fondamentale è il fuoco che “conferisce un sapore speciale come succede anche con la carne”. L’altro elemento obbligatorio è il taglio con il filo che “consente di fare delle porzioni giuste senza spezzettarla”.

“La storia del Friuli - spiega Zannier - è quella di un popolo di frontiera, terra di confine verso l’est e in alcuni periodi anche terra di emigrazione. Gente umile che si rifugiava nelle montagne per sopravvivere all’inverno gelido che portava tanta neve e rendeva molto difficile muoversi. Avevano un’alimentazione molto semplice che includeva poche cose: farina di mais, salumi, formaggio, vino”.

Anche José Mendez insiste sull’importanza del fuoco nelle tradizioni culinarie friulane: “Nella storia del Friuli il fuoco ha sempre avuto un ruolo centrale sia per riscaldarsi dal clima freddo che per cucinare gli alimenti. Antropologicamente sappiamo che l’essere umano si è trasformato da quando ha iniziato a dominare il fuoco e ciò gli ha permesso di stabilirsi in un territorio. Per tutti noi il fogolâr rappresenta un ricordo ancestrale, un luogo intorno al quale riunire tutta la famiglia. La polenta è quasi un complemento naturale del nostro fuoco”.

Per il consigliere del Comites l’idea della sagra è “un modo per recuperare le tradizioni” e “trasmetterle alle nuove generazioni affinché ne comprendano il significato e possano valorizzare un’alimentazione con prodotti sani e naturali”. A giudicare dai presenti alla festa l’obiettivo sembra essere raggiunto visti i tanti giovani accorsi numerosi all’evento: una vera rarità all’interno del mondo italouruguaiano troppo avanti con l’età. “Iniziative come queste” - afferma Gabriele Gambaro, ex presidente della Famèe - “servono per avere sempre presenti le nostre origini, le nostre radici. La polenta è la storia del Friuli” ripete con orgoglio.

“Mia madre mi raccontava che i ricchi mangiavano il pane, mentre la polenta era dei poveri. Ai mezzadri che lavoravano nei campi dopo il raccolto gli veniva data della farina di mais. Era il cibo che avevano per tutto il resto dell’anno e lo condividevano sempre in famiglia intorno al fogolâr”. Stessa idea, stessa tradizione che viene custodita gelosamente anche in Uruguay.

(Matteo Forciniti)

 

 

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