Può essere reputato un «reddito di cittadinanza» o, come ha ipotizzato il direttore di Adapt Francesco Seghezzi, va considerato un «voucher» per spese minime? Come si terrà sotto controllo la ricerca di lavoro dei candidati e in che maniera si rilanceranno i centri per l’impiego, altra gamba dell’investimento da 10 miliardi annunciato dal governo? Un confronto con l’Europa può servire a inquadrare meglio la questione.

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È UN REDDITO DI CITTADINANZA

Il primo aspetto che emerge è sulla contraddizione implicita del reddito di cittadinanza: si chiama così ma in realtà non può essere affiliato né al cosiddetto universal basic income (il reddito universale di base), né alle misure di reddito minimo attuate nel resto d’Europa. Sul primo fronte, il reddito di cittadinanza voluto dal governo Lega-Cinque stelle manca del requisito fondamentale per essere comparato allo universal basic income: non è disponibile a tutti, ma solo ad alcuni cittadini (i disoccupati) e a condizioni predefinite (come l’obbligo di accettare almeno una delle tre proposte di lavoro offerte, in teoria, nei primi tre anni da un centro per l’impiego). Il reddito universale, viceversa, corrisponde al versamento fisso di una quota di denaro a tutti i cittadini, a prescindere dal censo e dalla propria condizione lavorativa.

In Europa l’unico paese ad aver messo alla prova la misura è la Finlandia, dove il governo ha lanciato a inizio 2017 un esperimento biennale che consiste nell’elargire a 2mila cittadini tra i 24 e i 58 anni un assegno mensile di 560 euro al mese. La Svizzera aveva provato a introdurre una misura simile nel 2016 (2.500 franchi al mese, pari a circa 2.280 euro), poi bocciata da quasi l’80% dei cittadini in un referendum nel corso dello stesso anno.

La motivazione è che la misura avrebbe gonfiato di circa 10 punti percentuali la spesa in welfare, oggi inferiore al 20% del Pil. D’altronde il reddito di cittadinanza «all’italiana» si sposa male anche con il modello del reddito minimo istituzionalizzato nel resto d’Europa: una misura di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, ancorata alla ricerca attiva di lavoro.

Un report dell’Europarlamento sui programmi di minimum in come ha registrato due diverse tipologie di programma: il reddito minimo su base universale (assegni cash a cittadini sotto a una certa soglia di entrate, come succede in Austria) e categorica (benefici a favore di specifici gruppi sociali, si veda il caso della Germania). Il reddito di cittadinanza italiano non appartiene del tutto né alla prima né alla seconda categoria, visto che consiste in un’erogazione di denaro ma si circoscrive a blocchi sociali predefiniti. Ma non è tutto. La particolarità dell’assegno italiano, a prescindere dall’importo finale, è che andrà speso in un certo elenco di beni «primari», dagli alimentari alle bollette. Quindi la forma finale sembra quella di una carta acquisti per favorire la sussistenza dei beneficiari e, a quanto si apprende, stimolare la ripresa dei consumi.

COME SI CONTROLLA LA RICERCA DI LAVORO?

In quasi tutte le misure avviate in Europa, la percezione del reddito minimo è subordinata alla ricerca di lavoro o comunque all’attivazione di politiche per l’inclusione sociale. È anche il cuore della risoluzione approvata nell’ottobre 2017 dall’Europarlamento «sulle politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà», citata spesso dai Cinque stelle come cappello comunitario all’introduzione di misure di sostegno pubblico. Principi che sembrano essere stati accolti dal reddito di cittadinanza, almeno sulla carta.

Come? I beneficiari sono tenuti a iscriversi a un centro per l’impiego e ad accettare una delle prime tre proposte nell’arco di due anni. Questo dovrebbe essere il vincolo che comprova una ricerca attiva di impiego, a fianco dell’impegno - più generico - a partecipare a corsi di formazione. Il problema, è che la semplice iscrizione non è una garanzia su quantità e qualità delle offerte che potrebbero essere ricevute. Gli oltre 500 centri per l’impiego distribuiti sul territorio italiano hanno ricollocato circa il 3% di chi cercava un impiego.

A questa debolezza si ricollega l’ultima incognita: in cosa consista davvero la «riforma dei Cpi» prevista in manovra, in teoria con un inclusi nei 10 complessivi per reddito e pensione di cittadinanza. Ad oggi il governo non ha descritto in maniera articolata il rinnovamento delle strutture. Alcuni osservatori hanno ipotizzato che si possa trattare di un rifinanziamento, equivalente a versare altri soldi nelle casse dei Cpi per favorirne il potenziamento.

I Cpi, lamentano una carenza di staff (solo 8mila persone, contro le oltre 100mila agli sportelli in Germania e le 45mila impiegate in Francia) e alcuni ritardi cronici in infrastrutture e strumentazione. Resta da capire se il problema è solo di budget o anche del modello di «collocamento» vecchio stampo veicolato oggi dai Cpi. Senza contare un aspetto più organizzativo: come si distribuirebbero le risorse? Dopo lo stop alla centralizzazione dei Centri, auspicata dall'Anpal (l'agenzia nazionale per le politiche attive istituita dal governo Renzi), diventerebbe difficile capire dove e come saranno spesi i finanziamenti governativi.

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