La sinistra classica ha partorito ideologicamente tutti figli autistici come globalizzazione, multiculturalismo, immigrazione senza frontiere, politicamente corretto, etc., che adesso si vede costretta ad allevare come figli indesiderati invecchiando assieme a loro.

Oltre alle grida manzoniane che rievocano i fantasmi storici del neofascismo, le élites responsabili dell’attuale disastro socio-economico non hanno uno strumentario di riserva per costruire ideali e processi alternativi che aiutino a interpretare le giuste rivendicazioni “popolar-populiste” delle classi medie impoverite, come quelle dei gilet jaunes che operano trasversalmente su stratificazioni sociali una volta presidiate dalla storica alleanza tra la socialdemocrazia e il centro moderato.

Così assistiamo impotenti alla proliferazione di ragionamenti inutili e polemiche gratuite, prodotti da quella irresponsabile fabbrica della nebbia di chi non intende scusarsi politicamente degli immensi danni procurati dalla globalizzazione senza regole, che non c’entra nulla con le corporazioni dei fasci o con le iniziative dirigiste dell’economia nazista, totalmente estranee a chi oggi scende in strada per protesta.

Eppure, dovrebbe essere chiaro a tutti che la “gig-economy” (Google, Fb, Twitter, Amazon) non la si combatte con simili, dannosi e inservibili rimedi pontificando con la retorica di sempre sulla bontà e sui meriti storici degli istituti della democrazia rappresentativa e dello Stato di diritto, che oggi sarebbero aggrediti e delegittimati dall’insorgenza delle destre estreme e dei regimi sovranisti.

Un gioco politico delle tre carte, quest’ultimo, che tende a nascondere le vere, profonde cause della crisi e, di conseguenza, a mistificarne le responsabilità relative. Occorre piuttosto elaborare strategie a medio termine prendendo atto di come sia cambiato l’uomo e il suo modo di porsi e di comunicare, nei confronti di un futuro per cui non si ha più nessuna fiducia vivendo male un presente sempre più disagiato, senza ancore, fedi e leader.

Bisogna partire dal dato di fatto della disintermediazione radicale avvenuta tra decisori politici e i loro elettori. La sparizione dei cosiddetti corpi intermedi e delle loro élite è la conseguenza diretta della diffusione capillare dei social network, in cui la comunicazione diretta tra l’aspirante leader e parecchi milioni di followers-elettori elude e cancella i margini di interpretazione, elaborazione e analisi una volta condotte e intermediate dai grandi organi di stampa e dall’emittenza pubblica.

Non sono quindi più le dirette dal Parlamento a fare la storia socio giuridica di un Paese ma le dirette Facebook, i tweet presidenziali alla Donald Trump che smontano in un attimo decenni di paziente tessitura diplomatica e politica.

Poiché quotidianamente la polemica corre veloce e rapida come una pallina da tennis tra una metà campo e l’altra avversaria, il pubblico dell’audience assume sempre più le vesti e il carattere degli ultrà del calcio creando gruppi chiusi del tifo politico e dell’odio seriale caratteristico dei maniaci da tastiera del pensiero forte: quello cioè esclusivo, al contrario di quello “debole” inclusivo per definizione. E tutti, ma proprio tutti cavalcano la spuma di quest’onda mediatica imponente e straripante.

Così facendo, il linguaggio politico si impoverisce enormemente e irreversibilmente nell'ossessione di coniare lo slogan giusto, la frase più urticante e a effetto rapido, che si spegne in un attimo non appena arriva la replica ancora più feroce e dissacrante e così via in un ciclo chiuso senza fine, amplificato da tutta l’intendenza mediatica che ne esplora a fondo i condotti umorali riproducendoli all'infinito nei suoi talk e nelle news del giorno.

Rimedi? Una prece.

Maurizio Guaitoli

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