Sergio Mattarella

DI GIOVANNI VALENTINI

La politica economica e la politica estera.

L’isolamento in Europa, la crisi diplomatica con la Francia e il dissenso sul Venezuela rispetto ad altri 19 Paesi europei.

La recessione e lo spettro del declassamento del nostro debito pubblico a livello “spazzatura”, con il conseguente rischio della crisi bancaria.

L’assalto alla Banca d’Italia e alla Consob.

Quello che sta accadendo oggi all’Italia non è certamente ciò che auspicava il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando ha insediato il governo giallo-verde.

Si può dire, anzi, che è proprio quello che non voleva e che ha cercato in tutti i modi di evitare.

Ma, con tutto il rispetto per la sua persona e per la sua figura istituzionale, bisogna dire anche che questo è il risultato, in gran parte prevedibile e pressoché inevitabile, di quelle scelte.

Quando Sergio Mattarella nel 1990 si dimise da ministro della Pubblica Istruzione del sesto governo Andreotti, insieme con altri quattro colleghi della sinistra democristiana (Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani), per contestare l’approvazione della legge Mammì che ratificava l’occupazione selvaggia dell’etere da parte di Silvio Berlusconi, ero già da qualche anno sulle barricate del settimanale “L’Espresso” contro la concentrazione televisiva e pubblicitaria di Sua Emittenza.

E personalmente, per quel poco che vale, ho sempre avuto stima e ammirazione nei confronti di Mattarella.

Ma proprio per questo, da cittadino e da osservatore della politica italiana, ritengo che il presidente della Repubblica abbia sopravvalutato le capacità delle due forze politiche a cui ha affidato il governo.

Si poteva fare diversamente?

C’era una soluzione alternativa? E quale?

Partiamo da un presupposto che è un dato di fatto oggettivo: al contrario di quanto s’è detto e scritto all’indomani delle ultime elezioni, non è vero che dalle urne del 4 marzo scorso sono usciti “due vincitori”.

Né il M5S né tantomeno la Lega hanno vinto le elezioni: al più, possiamo parlare di due “mezzi vincitori”.

Né i Cinquestelle né tantomeno il Carroccio, infatti, hanno ottenuto una maggioranza che consentisse loro di governare da soli.

E quella che hanno costituito, lungi dall’essere omogenea e coesa, è evidentemente artificiale e posticcia.

Che cosa avrebbe potuto fare, dunque, il presidente della Repubblica?

Prendendo atto del risultato elettorale, da garante qual è della Costituzione, avrebbe dovuto riconoscere che la forza politica maggiore, ancorché non autosufficiente, era la coalizione di centrodestra (37%) e affidare perciò al candidato-premier Matteo Salvini un incarico “esplorativo”, per verificare la possibilità di costituire una maggioranza in Parlamento.

Non mancano precedenti negli “annales” della Repubblica, come quello di Sandro Pertini che nel 1983 dette un incarico del genere a Bettino Craxi e quello di Giorgio Napolitano che fece altrettanto con Pierluigi Bersani trent’anni più tardi.

Ma – come si ricorderà – entrambi gli “incaricati” furono costretti dopo pochi giorni a restituire il mandato, avendo verificato l’impossibilità di formare un governo: Craxi per l’ostilità del Pci di Enrico Berlinguer (“C’erano troppi serpenti sotto le foglie”, sentenziò alla fine il leader socialista) e Bersani per l’opposizione convergente del centrodestra e dei Cinquestelle.

Se Salvini fosse riuscito ad aggregare una “maggioranza certa” in Parlamento, avrebbe potuto formare legittimamente il governo.

Altrimenti, e più verosimilmente, sarebbe tornato al Quirinale per restituire l’incarico nelle mani del Capo dello Stato: il M5S non avrebbe mai appoggiato un esecutivo guidato dal leader della coalizione di centrodestra.

A quel punto, volendo fare per scrupolo istituzionale un ulteriore giro di consultazioni, il presidente Mattarella avrebbe potuto affidare a Luigi Di Maio, in quanto leader del primo partito (32,7%), un altro incarico esplorativo. Con ogni probabilità, anche in questo caso l’esito sarebbe stato negativo, perché né il centrodestra né il Pd l’avrebbero sostenuto.

E Di Maio sarebbe risalito così sul Colle per restituire il mandato.

Il Capo dello Stato avrebbe avuto allora mano libera per fare quello che in realtà aveva già cominciato a fare. E cioè convocare Carlo Cottarelli, per mandarlo alle Camere senza una maggioranza precostituita e per verificare la possibilità di costituire una maggioranza trasversale intorno a un “governo del presidente”.

\In caso contrario, Cottarelli avrebbe potuto predisporre comunque la legge di bilancio, per riportare al più presto il Paese alle urne, magari tentando di rifare la legge elettorale o di ripristinare il Mattarellum per evitare un altro stallo.

Nel frattempo, Salvini non si sarebbe staccato dal centrodestra, il M5S non si sarebbe compromesso con la Lega e forse il Pd, secondo partito con il 18,7%, non si sarebbe dilaniato al proprio interno sull’opportunità di confrontarsi con i Cinquestelle o meno.

Quando accennai retrospettivamente a un tale scenario, in un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” nel maggio scorso, una fonte qualificata del Quirinale mi informò che era proprio questo l’orientamento iniziale di Mattarella. E cioè dare l’incarico a Salvini, per rispettare il responso elettorale.

Soltanto che nei giorni immediatamente precedenti il capo della Lega aveva criticato gli Stati Uniti per i bombardamenti in Siria e in Iraq e nel contempo s’era pronunciato per l’abolizione delle sanzioni alla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina: per cui, affidare l’incarico a lui sarebbe apparso come un ribaltamento della nostra politica estera.

Fatto sta che oggi, a pochi mesi di distanza, questo è proprio ciò che purtroppo sta avvenendo.

Il cosiddetto “contratto di governo” ha sancito la saldatura dei due opposti populismi, scatenando la competizione fra gli pseudoalleati e la rivalità fra i rispettivi leader.

Tanto da farli litigare praticamente su tutto o quasi: dalla Tav al Tap, dall’immigrazione alla sicurezza, dal fisco alla legalizzazione della marijuana.

Una maggioranza eterogenea di “separati in casa”, al limite della reciproca incompatibilità tra forze che s’erano presentate contrapposte alle elezioni, viziata da una tara congenita, afflitta da un inguaribile strabismo politico, sta compromettendo così l’immagine e la credibilità del nostro Paese sul piano internazionale.

Fa più che bene ora quel galantuomo del presidente della Repubblica a richiamare alla responsabilità il premier Giuseppe Conte con i suoi due vicepremier. E merita perciò tutto l’apprezzamento possibile.

Ma non vorremmo che ormai i buoi – come si suol dire – fossero già fuggiti dalla stalla. Prima finirà questa pantomima del “governo del cambiamento”, meglio sarà per il futuro del Paese.

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