"Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto..." Un ragionamento inaccettabile in una sentenza di tribunale. Per di più se a firmarla sono tre giudici donne. Che scelgono, così, di assolvere in appello due giovani condannati in primo grado a 5 e 3 anni per violenza sessuale. Il verdetto è stato annullato con rinvio dalla Corte di Cassazione, come richiesto dal procuratore generale. Per cui il processo di appello è da rifare. È quanto si legge sul quotidiano "la Repubblica" che racconta il caso di una ragazza peruviana che ha visto mettere in dubbio le sue parole con motivazioni legate al suo aspetto fisico dalle tre magistrate. "In definitiva – scrivono le tre magistrate nella sentenza riportata in alcuni stralci da "la Repubblica" – non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata "goliardica", trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di "Nina Vikingo", con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida". "Il verdetto è stato annullato con rinvio dalla Cassazione come richiesto dal procuratore generale che ne ha evidenziate alcune incongruenze e vizi di legittimità. Per cui il processo di appello dovrà ora essere rifatto. Ma intanto la sentenza bocciata ha fatto saltare sulla sedia più di magistrato della Suprema Corte. Perché leggendone il testo sembra che a influire sulla decisione delle tre magistrate sia stato proprio l’aspetto fisico della donna", conclude il quotidiano.

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