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Non è stata di certo una giornata facile quella di ieri alla Camera e al Senato dove non si è riuscito a trovare un accordo tra le forze parlamentari su una norma che punisca il revenge porn, la diffusione per vendetta di immagini sessuali private, che tutte le opposizioni vorrebbero inserire nel ddl “Codice rosso” (il ddl che introduce modifiche al codice di procedura penale in materia proprio di violenza di genere) scontrandosi con il muro innalzato dai 5 stelle, appoggiati dalla Lega. E dunque il voto sulla norma è slittato a martedì prossimo.

Facciamo ordine e partiamo dalla mattinata di ieri, quando il MoVimento 5 Stelle ha presentato a Palazzo Madama una proposta di legge ad hoc contro il revenge porn che prevede da 6 mesi a 3 anni di carcere per chi pubblica foto o video privati sessualmente espliciti senza l'espresso consenso delle persone rappresentate "al fine di provocare nelle persone offese gravi stati di ansia, timore o isolamento" e la possibilità di inoltrare al gestore del sito web o social media un'istanza per l'oscuramento, la rimozione o il blocco dei contenuti. La pena diventa da 1 a 4 anni se a farlo è il partner o l'ex partner della persona offesa; e da un 5 a 10 anni se la persona offesa si toglie la vita. Quasi in contemporanea, Laura Boldrini, Alessia Morani e Federica Zanella (quindi dell’opposizione) hanno presentato alla Camera alcuni emendamenti al “Codice rosso”: quello della Boldrini è stato respinto a scrutinio segreto per appena 14 voti, quello di Zanella (FI) non è stato ammesso nonostante sia pressoché identico al testo del Senato. Qui si animi si sono scaldati, le donne di Pd, FI e LeU si sono schierati ai banchi del governo, il presidente Roberto Fico le ha riprese per poi sospendere la seduta per poi convocare la conferenza dei Capigruppo. E poi la decisione di rinviare il tutto a martedì. Davide Zanichelli (M5S) ha assicurato che "non vogliamo assolutamente eludere il tema, il nostro impegno va oltre attraverso un testo di legge specifico che possa essere più approfondito. Serve una legge complessiva e articolata, e non un emendamento non sufficientemente approfondito". E la stessa spiegazione la ha dato la stessa Giulia Sarti, tramite Facebook: "In virtù di quel che ho passato, io così come molte altre donne purtroppo, ci tengo a sottolineare che il caso in questione non può certo risolversi attraverso l'approvazione di un mero emendamento". Spiegazioni che però non convincono le opposizioni: "Ci sono volute quasi 4 ore per decidere che la nostra proposta non poteva essere accettata: non si è deciso di introdurre il loro testo, uguale a quello del disegno di legge presentato al Senato, come emendamento al Codice Rosso – ha detto la Morani - Non si fa perché non c'è la volontà di farlo, altrimenti sarebbe stato introdotto sin da subito".

Non è solo il reato di revenge porn a creare tensioni. Anche un emendamento sulla castrazione chimica, a prima firma del leghista Roberto Turri, ha contribuito ad innalzare il clima di scontro: contrari i 5 stelle, che non ne vogliono nemmeno sentir parlare, mentre la Lega ha difeso l'iniziativa, ricordando - spiegano fonti del partito di via Bellerio - che si tratta di una battaglia non nuova per i leghisti.

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