L’esperienza italiana come modello per lo sviluppo delle piccole e medie imprese (PMI) in America Latina. È stato questo uno dei punti più interessanti del sesto congresso latinoamericano delle PMI che si è svolto presso la Intendencia di Montevideo. Organizzato dalla locale Anmype (Asociación Nacional de Micro y Pequeña Empresa), l’edizione di quest’anno si propone come obiettivo quello di istituzionalizzare il settore puntando su una strategia di integrazione regionale per affrontare e risolvere i problemi comuni del settore.

Intervenuta durante la cerimonia di apertura, il ministro dell’Industria Olga Otegui ha ricordato il grande valore delle PMI in Uruguay che rappresentano il 90% delle aziende e coprono il 60% della forza lavoro. Un settore fondamentale per l’economia nazionale, dunque, viste anche le sue peculiari caratteristiche fortemente legate al territorio. Quest’anno la principale novità del congresso è stata la presenza dell’Italia nei temi trattati grazie alla conferenza curata da Alejandro Francomano, esperto del tema e rappresentante uruguaiano della FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglia)."L’Italia può essere il modello giusto da seguire" ha esordito Francomano illustrando il panorama attuale italiano con oltre 200 distretti industriali e che affonda le sue radici a partire dagli anni settanta favorito anche dalle diverse politiche pubbliche nel corso dei decenni. "Nonostante i continui cambi di governo e le storiche divisioni culturali che caratterizzano da secoli gli italiani, su questo punto c’è un’idea condivisa di sviluppo. Non è un caso che questo settore continui ad essere ancora oggi il motore fondamentale della crescita di uno dei paesi più industrializzati al mondo. Questa esperienza ci insegna che si può competere e collaborare allo stesso tempo".

Ecco dunque uno dei punti principali come sottolinea l’esperto in uno dei passaggi più apprezzati dal pubblico: "Spesso le PMI in America Latina vengono lasciate sole. È difficile già a livello nazionale, figuriamoci come deve essere nel contesto regionale dove regnano le divisioni. Qui si tende a pensare solo ai propri interessi e c’è poca fiducia nell’associazionismo per risolvere insieme i problemi comuni di un settore ma è solo un concetto egoistico mal compreso di competitività e libero mercato. L’Italia individualista ce lo insegna: si può competere e allo stesso tempo cooperare. C’è bisogno di un profondo cambio culturale per fomentare una visione molto più globalizzata".

Ma in base a quali elementi l’Italia può essere il referente della regione? "Le affinità culturali, la storia e l’emigrazione. Dobbiamo partire da qui" risponde con convinzione Francomano. "Si calcola che oggi i discendenti italiani in America Latina siano all’incirca cento milioni. Questo dato rappresenta un potenziale enorme". Chiaramente, avverte, i rischi di replicare come fotocopia un esempio che viene da lontano "bisogna sempre tenerli presenti" anche perché "il modello deve essere adattato in base alle caratteristiche del territorio". Secondo i dati presentati durante il congresso, attualmente in America Latina esiste un deficit di 20 milioni di posti di lavoro che mancano: la soluzione "bisogna cercarla in una nuova cultura imprenditoriale che scommetta sull’integrazione del Mercosur e che possa sfruttare al meglio le nuove tecnologie".

[di Matteo Forciniti]

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