Matteo Salvini (Foto Depositphotos)

Nella vasta aneddotica elettorale c'è una storiella che ci sembra particolarmente calzante data l'attuale situazione politica. Si racconta che, nel corso di una campagna elettorale un autorevole aspirante senatore si recò in visita al proprio collegio e, attraversando le vie del paese seguito da un entusiasta codazzo di fan, si profuse in una gran quantità di promesse finché, giunto in una grande piazza, affermò a voce alta, affinché tutti lo sentissero: "Qui costruiremo un ponte ". Timidamente, colui che gli era accanto sussurrò: "Ma non c'è il fiume...". L'aspirante senatore non si perse d'animo e proclamò: "Costruiremo anche quello!". Fu eletto, ma poiché la sua promessa che apparteneva chiaramente al novero delle cose impossibili, non poté essere mantenuta, alle elezioni successive non venne confermato.

Questo aneddoto ci è tornato alla memoria osservando il tentativo del governo gialloverde di formulare una duplice promessa formulata nel corso della campagna elettorale: non aumentare l'Iva e introdurre la cosiddetta "flat tax" (letteralmente tassa piatta) che prevede un'aliquota unica di tassazione. Quest'ultima misura è sostenuta con particolare determinazione dalla Lega (ma il primo a proporla, nel 1994, fu Silvio Berlusconi che, tuttavia, prevedeva un'aliquota del 23% contro il 15% previsto da Salvini), ma, così com'è stata formulata dai leghisti, suscita più di una perplessità tra i cinquestelle che la considerano destinata a favorire soprattutto i più ricchi.

Ma l'introduzione della "flat tax" renderebbe con ogni probabilità inevitabile l'aumento dell'Iva che pure il governo si è solennemente impegnato ad evitare e che accentuerebbe ulteriormente, con un onere di circa 25 miliardi, le difficoltà della nostra economia già estremamente dissestata. A Salvini che insiste sulla "flat tax", dandogli sulla voce, il povero Tria cui spetta il terribile compito di far quadrare i conti, ha tentato affannosamente di resistere. Ma non è riuscito ad arginare a lungo l'arroganza e la prepotenza del leader leghista, tant’è che, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato non ha potuto fare a meno di affermare che l’Iva, stando le cose come stanno, dovrà inevitabilmente aumentare, dal primo gennaio del prossimo anno, attirandosi le critiche congiunte di Di Maio e Salvini i quali hanno affermato che questa imposta non deve assolutamente aumentare. Ma ciò, se si vuol davvero realizzare la “flat tax” è praticamente impossibile.

La manovra economica prossima ventura - Tria è stato, al riguardo, chiarissimo - sarà inevitabilmente destinata a provocare "lacrime e sangue". E non si può pensare che, per consentire al leader del Carroccio di mantenere le sue impossibili promesse elettorali, possa essere sufficiente rimuovere dal proprio incarico il ministro dell'Economia e sostituirlo con uno "yes man" disposto ad obbedire a colui che viene considerato l'uomo forte del governo gialloverde e, con ogni probabilità, anche del governo futuro, qualunque sia il suo colore.

Intendiamoci. In un paese come il nostro nel quale, per dirla con Ennio Flaiano, i più sono pronti ad accorrere in aiuto del vincitore, di “yes man” disposti ad assecondare il potente di turno, se ne troverebbero a decine. Ma con quali conseguenze? La risposta a questo interrogativo è assai semplice: con conseguenze disastrose. Per evitarle - diciamolo in tutta franchezza - servirebbe che alle prossime elezioni europee gli italiani dessero un "altolà" al leader leghista e alle sue promesse ingannatrici. Ma con altrettanta franchezza siamo portati a dire che il pessimismo della ragione lascia pochi margini a questa speranza.

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