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Luigi Di Maio vuole lo scalpo del sottosegretario Siri da esibire agli elettori del 26 maggio per dimostrare che il Movimento cinque stelle rimane fedele alla sua natura giustizialista originaria. In questo modo, il capo politico dei grillini pensa di frenare l’emorragia di voti del proprio elettorato e non far scendere il proprio partito sotto la soglia del venti per cento. Può darsi che questo calcolo sia giusto. In fondo, l’unico fattore identitario del M5s è il giustizialismo, quello su cui si ritrovano contemporaneamente sia la componente governista che quella movimentista.

Ed è logico che, alla vigilia di una verifica elettorale di grande rilievo, Di Maio giochi questa carta con la massima insistenza nella ragionevole speranza di rilanciare, in qualche modo, il proprio movimento. Ma la campagna per lo scalpo del leghista Siri non ha come conseguenza solo quella di creare una frattura personale con Matteo Salvini, frattura che Di Maio e lo stesso Salvini pensano di poter colmare con la solita cena in pizzeria, ma anche quella di investire l’intera Lega con l’onda giustizialista provocata per ragioni elettorali.

I dirigenti grillini non si limitano ad accusare Siri per presunti legami con faccendieri a loro volta collegati con ambienti mafiosi. Sollevano la questione morale nei confronti dell’intera Lega, sostenendo che i legami tra Siri ed Arata si estendono al sottosegretario Giorgetti e sollevano, in generale, il rapporto che si è venuto a creare tra il partito di Salvini con i gruppi dirigenti meridionali recentemente confluiti nelle fila del Carroccio. L’offensiva grillina, in sostanza, parte da Siri per allargarsi all’intera Lega, di fatto, accusata di essere diventata contigua alle organizzazioni mafiose presenti in Sicilia e nel Meridione.

Una accusa del genere, ovviamente, non può essere cancellata con una cena in pizzeria. La questione morale è un’arma atomica che va maneggiata con estrema attenzione, perché produce effetti devastanti e persistenti nel tempo. Usarla come stanno facendo Di Maio ed i dirigenti grillini, accendendo il sospetto di contiguità della Lega alla mafia, rende la spaccatura nel governo irreversibile. Che il governo possa reggere anche dopo il voto del 26 maggio è possibile. Ma che i grillini lo stiano uccidendo adesso è altrettanto incontrovertibile.

ARTURO DIACONALE

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