Matteo Salvini (Depositphotos)

Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di commentare le vicende di Napoli città e della sua squadra di calcio con maggior onestà intellettuale - difficile da condividere, soggetta alle ire di una facile contestazione - invece di perseverare in un provincialismo di cronaca che offende per la sua disarmante insipienza ed alimenta il becerume della maggioranza è la prossima legge di Bilancio.

Il resto è ammuina elettorale. Chiunque scriverà la manovra dovrà scegliere tra queste tre opzioni: 1) far crescere il deficit fino al 3,5%; 2) aumentare l’Iva per oltre 23 miliardi; 3) tagliare spesa pubblica e sconti fiscali (il che equivale ad aumentare le tasse) per parecchi miliardi. E tutto questo, badate bene, senza far nulla.

Se qualcuno volesse inserire cosucce come un inizio di flat tax, per intenderci, dovrebbe cercare ulteriori risorse. Se volete capire per quale motivo la parola crisi a palazzo Chigi non è più un tabù è da qui che dovete partire.

Detta brutalmente: quando a fine 2019 arriverà il conto da pagare di un anno e passa di demagogia gialloverde, chi si assumerà la responsabilità di presentarlo agli italiani con una Finanziaria lacrime e sangue? Va da sé che Matteo e Giggino tremino alla sola idea di dover dire alla gente che i provvedimenti di spesa corrente varati hanno un costo. E che a pagarli in termini di tasse e tagli dovrà essere proprio il popolo.

Insomma, l’idea che Salvini e Di Maio dicano agli elettori che è necessario salvarli dai disastri che loro stessi hanno combinato raccontando balle - tipo che avrebbero abolito la povertà e la legge Fornero - non sta in piedi. Se proprio si deve, dunque, meglio che a farlo sia qualcun altro. È questo lo scenario che Lega e M5S hanno ben chiaro quando - consapevoli che «la politica è sangue e merda», come diceva Rino Formica - esaurito il sangue sono passati a lanciarsi addosso ciò che resta.

Il contratto è carta straccia. La situazione è la seguente: incassato il reddito di cittadinanza, l’ideale per Di Maio sarebbe che Salvini mandasse tutto all’aria per tornare con il centrodestra. Che avrebbe il compito difficilissimo di rimediare ai disastri gialloverdi.

A quel punto i pentastellati potrebbero rifugiarsi nel loro luogo naturale: l’opposizione. Da lì potrebbero comodamente sparare a palle incatenate contro il Governo che affama il popolo. Viceversa, varata la quota 100, per la Lega l’ideale sarebbe che il M5S mandasse lui l’Esecutivo a rotoli per abbracciare l’alleanza col Pd. In quel caso sarebbe Salvini ad avere gioco facile, cannoneggiando le inevitabili scelte che imporrebbe la difficile situazione economica, in bilico tra recessione e stagnazione.

Tuttavia, Forza Italia da un lato e il Pd dall’altro saranno pure due esemplari in via di estinzione, ma non sono ancora diventati aspiranti suicidi. Dunque ci penserebbero bene prima di andare al governo in queste condizioni. E lo stesso Mattarella farebbe di tutto per evitare un eventuale Esecutivo che avrebbe numeri debolissimi e una base sociale molto fragile. Meglio le urne allora. Anche perché Salvini, oltre a non avere alcuna voglia d’intestarsi una manovra lacrime e sangue, sa che il caso Siri rischia di far scivolare politicamente Giorgetti e arrivare fino a lui. Allora il capo leghista potrebbe decidere di staccare la spina.

Ma a quel punto Mattarella chiederebbe prima di mettere in sicurezza i conti dello Stato. E qui sta il bello: per votare in tempo utile per la manovra bisognerebbe sciogliere le Camere dopo le Europee. Significherebbe fare la campagna elettorale in spiaggia. Impensabile. In teoria ci sarebbe una piccola finestra per votare a ottobre, ma sarebbe molto rischiosa. Ecco allora spuntare all’orizzonte un Governo provvisorio col compito di disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva, evitare una nuova tempesta sui mercati e portare la Nazione al voto subito dopo. Ma chi lo sosterrebbe? È questo il cul de sac nel quale rischiamo di finire. Solo che il sac sarebbe il loro e il cul il nostro. Meditate gente, meditate…

ANONIMO NAPOLETANO

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