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Egregio Direttore, Per tutti arriva prima o poi il momento di soffermarsi per fare il punto del proprio camino lasciato dietro di se. Dopo dieci anni dalla scoperta della truffa dell’INCA/CGIL a Zurigo qual miglior momento di sfogliare la montagna di documenti ammassati in diversi scatoloni in cantina. Inizio a scoperchiare il primo. Soffio via la polvere e ritrovo gli articoli del caro giornalista svizzero-tedesco ormai scomparso. “Stinkt gewaltig nach Mafia” mi rispose dopo avere ascoltato il mio racconto. “Puzza bestialmente di Mafia”. Era il 2009 e il clan di Frauenfeld aspettava ancora di essere scoperto. Stesse parole di mia madre rivolte allora alla responsabile dell’agenzia Consolare di Wettingen: “Voi nelle istituzioni italiane all’estero siete un branco di mafiosi”. Quanto vere si sono rivelate.

Rimetto i fogli nello scatolone ripensando a quelle parole con un sentimento mescolato tra rabbia e delusione. Prossimo scatolone. Altra nube di polvere. Mi ritrovo in mano l’immagine del Console Generale di Zurigo col microfono in mano sulla copertina di un settimanale del 16 settembre 2009. L’allora Console si trova in piedi tra l’On. Farina e il responsabile CGIL per l’estero nonché Vicesegretario del CGIE. L’articolo corrispondente parla della riunione informativa indetta pochi giorni prima su iniziativa dei miei genitori. Fino allora gli addetti alle istituzioni all’estero, avevano tenuto tutto nascosto. Con i miei genitori avevamo incontrato i responsabili del Comites di Zurigo chiedendo chiarimenti in merito. Il direttore delinquente dell’INCA era consigliere di quel Comites e chi meglio di loro potevano conoscere gli eventi? Da Costa, Alban, Schiavone e come tutti si chiamano. Quante promesse fatte e mai mantenute. Quanta ipocrisia. Hanno difeso chi ci aveva derubato e trasformato le istituzioni in un avamposto contro i cittadini che dovrebbero difendere e tutelare. Che la loro coscienza possa perseguirli fino alla fine.

Rimetto il giornale nello scatolone. Magari un domani un qualche loro nipote potrà, riscontrando tutta la documentazione, conoscere la vera indole impregnata di falsità di lor signori. Quante lettere scritte che mi passano per mano. Richieste anzi suppliche di intervenire in favore dei poveri danneggiati. Indirizzate a parlamentari di destra e di sinistra e di quelli di nuovi movimenti che di nuovo hanno dimostrato poco, a enti televisive e redazioni giornalistiche. “La ringrazio della sua mail” inizia una presa a caso. Reca il simbolo della Camera dei Deputati. Datata il 21 agosto 2009. “Si tratta di una vicenda estremamente riprovevole” continuo a leggere, “sono certa che i vertici dell’INCA/ CGIL adotteranno ogni misura per risolvere il caso ed entro breve conto di poterLe inviare le coordinate per il disbrigo del caso”. Firmata On. Laura Garavini. Sto, stiamo, ancora aspettando. Quante lettere rivolte ai responsabili dell’INCA e del sindacato CGIL per cercare una mediazione. Sinchetto, Piccinini, Cammusso, Landini e come tutti vi chiamate. Vi dichiarate portavoce dei lavoratori, rappresentanti del proletariato facendo credere di riprendere lo slogan del “No pasaran” ma negate la giustizia sociale a chi ve la chiede. Al punto di allontanarci con le forze pubbliche dai vostri uffici. Avete dimostrato che il socialismo è morto. Forse mai esistito. In ogni caso se ce ne fosse stata traccia, l’avete ucciso e non lo farete rinascere con le bandiere che sventolate e le canzoni che cantate impregnate di ipocrisia in piazza.

Sul prossimo documento che tiro dallo scatolone ritrovo la foto di mio Padre. Mi fissa con i suoi occhi in cerca di un’ancora, di una qualsiasi sicurezza. Di un punto fisso come fecero gli uccelli che Noe mandò fuori dall’arca dopo il diluvio. Subito dopo la scoperta della truffa si era messa a disposizione del telegiornale svizzero tedesco per un’intervista. Quanto gli sarà costato esporsi? Lui che preferisce le mura domestiche ai riflettori. Prima della truffa l’avevo conosciuto forte e sempre in prima fila ad affrontare i problemi quotidiani. La roccia irremovibile in mezzo alla tempesta marittima. Ma la botta di ritrovarsi senza la sicurezza economica per i giorni di vecchiaia, privato del sudore di una vita intera è stata tremendo. Derubato da un verme dell’INCA è stata dura. Ma il colpo finale è stato il doversi confrontare con una comunità insensibile e noncurante. Gli sberleffi e i commenti ironici dei suoi presunti amici. Gli articoli errati quasi diffamatori sui giornali. Ha superato tutto e lo consola ora la grande soddisfazione di essere riusciti ad ottenere giustizia. È stato il primo ad essere stato risarcito. Ma quante umiliazioni e rimproveri è costata l’essere stati confrontati con accuse di ogni tipo e colore. Come fosse una colpa difendersi da un’ingiustizia e ancora di più vincerne la causa.

Malgrado ciò continuiamo imperturbati con l’impegno per aiutare come possiamo per chi cerca ancora giustizia. Pare strano nella nostra comunità aiutare il prossimo per il solo motivo di sentirsi in dovere senza chiedere niente in cambio. Rimetto il coperchio sullo scatolone che avevo aperto e lo spingo nello scaffale insieme agli altri rimasti sotto la polvere. La rabbia, la delusione e la nostalgia impediscono di continuare ad aprirli. Li lascio dietro di me salendo le scale verso cerchi più chiari e soleggiati.

Marco Tommasini, Presidente Cdf (Danneggiati caso-Inca)

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