(foto depositphotos)

Che l’Italia stia scivolando lungo l’orlo della bancarotta è ormai evidente. Ammetterlo però, e agire di conseguenza, è impossibile. Sopra ogni altra cosa, bisogna organizzarsi per trovare modo di negare l’evidenza. È questo il nocciolo del problema, almeno quello politico.

Dopo avere una volta abbracciato stretto l’Unione Europea nella speranza (malposta) che avrebbe in qualche modo stoppato l’entusiasmo della classe politica italiana dallo stampare tutti i soldi che voleva, è dubbio che il pubblico (come la finanza nazionale e internazionale) possa abbracciare il "minibot".

Parrebbe l’ennesima grande idea nata morta. Per fortuna, una soluzione (reale quanto fantasiosa) esiste: il patacón! Per molti aspetti l’attuale situazione — troppi debiti in una valuta (relativamente) forte, le casse vuote dello Stato, la pessima gestione della res publica e così via—ricorda da vicino il collasso dell’economia argentina alla fine degli anni ’90. In quel caso la valuta troppo forte era il dollaro Usa (non l’euro) ma poco cambia. Il problema immediato per l’Argentina era che non c’erano più i pesos per pagare i dipendenti, soprattutto pubblici e parastatali, né potevano esserci perché la moneta nazionale doveva per legge valere un dollaro, e quelli li avevano già spesi tutti. In Italia l’euro deve valere un euro, però concettualmente ci siamo.

È stata la Provincia di Buenos Aires a tirare il patacón fuori dal cilindro nel 2001, dandogli il nome di una vecchia moneta argentina. Formalmente era una "Letra de Tesorería para Cancelación de Obligaciones de la Provincia de Buenos Aires". La "valuta complementare" si è poi allargata in buona parte del paese. Non era veramente denaro, per quanto gli somigliasse ma un’obbligazione, un prestito da parte di chi lo accettava a chi lo emetteva, un "pagherò" truccato da banconota — e come tale rendeva anche il 7% annuo.

Così, si diceva, non sarebbe solo stato subito spendibile, ma perfino uno strumento di risparmio. Finalmente anche i poveri potevano diventare ricchi... Si era cominciato inserendo il patacón nella busta paga dei dipendenti pubblici, dove non è stato accolto con entusiasmo, ma si riconosceva che era meglio di niente (che era l’alternativa). Per i commercianti il caso era simile. Potevano o accettarlo o non vendere. Quando perfino McDonald’s si piegava all’inevitabile, è diventato possibile dire che fosse entrato in circolazione corrente, almeno per i piccoli e medi acquisti. Sopra ogni altra cosa però, si potevano saldare le imposte in patacones (che tecnicamente valevano pesos che valevano dollari) un aspetto che ha rimesso in moto il fisco, dato che i contribuenti scannati avevano largamente smesso di pagare le tasse, altro elemento che comincia a ricordare la situazione italiana.

Ovviamente, il governo argentino non era entusiasta di dovere accettare «soldi» che non valevano nei fatti niente, ma dal punto di vista contabile erano praticamente dollari: una meraviglia! Gli ultimi patacones sono stati liquidati nel 2006, nominalmente in pesos, ma ovviamente non più in quelli che valevano un dollaro. Era stato tutto un bidone, seppure "di Stato", ma uno che ha salvato il paese, fluidificando i rapporti economici e permettendo alla classe politica — e se vogliamo anche alla popolazione — di fingere ancora per un po’ che tutto andasse per il verso giusto.

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