Il segretario pd Nicola Zingaretti (foto depositphotos)

I sondaggi, un tempo fallaci, sono ora in grado di prevedere con notevole precisione, le percentuali di consenso che le varie forze politiche disporranno e avvertono che, dopo la clamorosa vittoria conseguita nella consultazione europea dello scorso 26 maggio, i voti per Matteo Salvini e per la sua Lega sono destinati a crescere ulteriormente. È un bene? È un male? Per rispetto di coloro che si riconoscono nelle posizioni del Carroccio, pur avendo precise idee al riguardo, preferiamo non dare un'articolata risposta a questo quesito.

Ma quel che importa è che le regole del sistema democratico - ne converranno anche i fan di Salvini - impongono che vi sia qualcuno in grado di contrapporsi alla marcia trionfale del leader leghista. Piaccia o non piaccia, nonostante le vicissitudini che ne hanno reso difficile il cammino, questa Forza è il centro sinistra. Altre non se ne intravedono all'orizzonte. Ma, così com'è oggi, pur avendo fatto registrare nelle "europee" qualche segno di ripresa, il Pd di Nicola Zingaretti, sia detto con la massima considerazione per il segretario, non è in grado di essere punto di coagulo per un centrosinistra alternativo.

Il fatto è che, allo stato, il Pd non ha un'identità o, meglio, ne ha due che è come non averne nessuna. Si fronteggiano, infatti, al suo interno, in palese contraddizione tra loro, un'anima che potremmo definire di "sinistra-sinistra" e un'anima riformista che volge il suo sguardo verso il centro. Un simile connubio ha effetti paralizzanti. Gli elettori che si riconoscono nell'una e nell'altra posizione dimostrano non poche difficoltà a convivere sotto lo stesso tetto. È possibile risolvere questo problema e superare questa condizione di "separati in casa" di questi due elettorati? Ci riuscì, a suo tempo, Matteo Renzi, protagonista dello straordinario exploit che, nelle elezioni europee del 2014, portò il Pd ad un record storico, superando il 40 per cento dei consensi.

Ma molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti; colpito dal "fuoco amico", Renzi ha dovuto gettare la spugna, Nicola Zingaretti, conquistata la segreteria, ha fatto registrare progressi di limitata dimensione che non lasciano sperare, almeno nel breve periodo, di superare il gap che separa il Pd dalla Lega. In questo contesto non positivo si inserisce la proposta formulata già da qualche tempo da Carlo Calenda che è tra i politici che gravitano nell'area "dem", uno dei non molti dotati di fantasia: dar vita a una forza politica che affianchi il Pd e costituisca una sorta di "casa dei moderati" che, libera da ogni spirito reazionario, si muova puntando alle riforme nel solco di una linea fortemente europeista.

È questa, probabilmente, la strada più idonea per contrastare lo strapotere di Salvini e chiamare a raccolta quella componente non priva di consistenza dell'opinione pubblica che rifiuta le insidie del sovranismo salviniano e cerca, senza averla finora trovata, una forza politica nella quale individuare un punto di riferimento. Tra le ragioni, numerose e complesse, che concorrono a spiegare il crescente successo del leader del Carroccio, non è secondaria la dispersione di coloro che, pur non sopportando l'arroganza del vice premier, restano con il rimanere inutilizzati.

Ha senso che restino in Forza Italia, elettoralmente alleata della Lega, quanti non condividono neppure una delle proposte dei leghisti come questi non condividono le loro? Ha senso che Renzi e i renziani, per scontare chissà quali colpe, vengano tenuti ai margini del Pd? È proprio l'accoppiata Calenda-Renzi quella sulla quale far leva per fronteggiare, insieme con il Pd, la sempre più pericolosa crescita di consensi attorno al ministro degli Interni. Se Zingaretti pensa di poterlo fare da solo, seguendo schemi ormai logori, sbaglia. E di grosso.

OTTORINO GURGO

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