Silvio Berlusconi (foto Depositphotos)

Qual è la principale dote di Silvio Berlusconi? A suo stesso dire, di sapersi fare concavo e convesso quando la situazione lo impone. E l’uragano che si stava addensando sui cieli di Forza Italia a seguito dell’iniziativa scissionista di Giovanni Toti ha fatto scattare nel Cavaliere l’allerta rosso. Nell’attuale contingenza politica la rottura con l’ala filoleghista e di destra del movimento sarebbe stata esiziale per le sorti stesse di Forza Italia. Berlusconi non avrebbe potuto mai consentire, senza tentare il tutto per tutto, di vedere la sua creatura bruciare ingloriosamente una storia durata un quarto di secolo. Perciò il vecchio leone ha tirato fuori dal cilindro del prestigiatore l’ultima magia: in un colpo solo ha recuperato Toti e ha salvato l’unità del partito. Almeno per l’immediato. Ma per farlo il Presidente ha dovuto cedere molto alle richieste dei dissidenti. In primo luogo, all’infrangersi del tabù della scelta dal basso del personale politico del partito.

Secondo gli accordi, entro la fine dell’anno Forza Italia andrà a un Congresso di rifondazione su basi partecipative incomparabilmente più larghe di quelle ammesse in passato. Il partito si aprirebbe al metodo di scelta dei suoi dirigenti periferici e coordinatori nazionali attraverso le primarie aperte agli iscritti e ai simpatizzanti che hanno da tempo abbandonato il partito proprio per mancanza di spazi di dialogo interni. Berlusconi ha delegato il compito della realizzazione della "road map" a un Board composto dal vicepresidente del partito Antonio Tajani, dai due capigruppo parlamentari alla Camera e al Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini e, qui la novità, da due coordinatori, uno per il Nord e l’altro per il Sud, individuati nelle figure di Giovanni Toti e Mara Carfagna che resteranno in carica fino alla celebrazione del Congresso, da fissare per il prossimo autunno.

Il piano è ambizioso per come è stato pensato, in teoria servirebbe a salvare capra e cavoli nel momento di maggiore rischio di sopravvivenza di Forza Italia sulla scena nazionale, come ampiamente attestano i risultati impietosi dell’ultimo anno di tornate elettorali. Ma funzionerà nella realtà? Il principale ostacolo a una conclusione positiva del tentativo è dato dalla natura ambigua del mandato affidato ai due coordinatori. In apparenza sembrerebbe un incarico di tipo organizzativo suddiviso per competenze territoriali. La realtà è ben diversa. Toti e Carfagna sono i campioni di due concezioni politiche distanti tra loro, in particolare non c’è accordo sulla collocazione del movimento all’interno della coalizione di centrodestra e sul rapporto con la nuova forza trainante costituita dalla Lega. Per Giovanni Toti l’alleanza dovrebbe avere tratti organici, per Mara Carfagna, convinta assertrice di una maggiore autonomia rispetto all’alleato, l’intesa dovrebbe essere più dialettica e meno vincolante.

Toti non concepisce futuro diverso per Forza Italia se non all’interno dell’orizzonte della destra; l’anima di cui la Carfagna si palesa rappresentante è centrista e non disdegnerebbe liaisons con il versante moderato della sinistra, che sia impersonato da un Matteo Renzi o da un Carlo Calenda non farebbe differenza. Toti è l’uomo di "Salvini forever", la Carfagna è la madrina spirituale del laboratorio siciliano di Gianfranco Micciché e delle sue iperboli milazziane. Non è affatto un male che le due visioni antagoniste si confrontino in un franco e aperto dibattito e che, alla fine, attraverso il sistema democratico del voto, si giunga a una decisione convinta su quale strada prendere. Tuttavia, ciò che vulnera la genialata berlusconiana della diarchia dei coordinatori è il particolare non trascurabile che le differenze di visione non sono sovrapponibili alle competenze territoriali. Cioè, non tutti quelli che stanno al Nord la pensano come Toti e, viceversa, ci sono tanti meridionali che ambiscono a stare con il nuovo corso leghista, perché arcistufi di dover subire lo strapotere di una classe politica clientelare, cresciuta all’ombra dell’assistenzialismo vetero-democristiano. Il timore, nient’affatto ingiustificato, che la soluzione trovata ieri l’altro si riveli l’ennesimo guscio vuoto messo in campo solo per prendere tempo e tirare a campare è assolutamente legittimo. Anche perché sui nodi fondamentali il vecchio leone di Arcore ha corretto leggermente il tiro dando la sensazione di una parziale retromarcia sulle concessioni accordate ai dissidenti. A proposito delle primarie interne a Forza Italia, Berlusconi ha usato un bizantinismo in pieno stile politichese: "Il Congresso sarà anche l'occasione per valutare l'opportunità di indire ampie consultazioni popolari in ordine alle cariche elettive". Un giro di parole per dire che nulla è scontato.

E se non v’è certezza di introdurre meccaniche democratiche e di selezione dal basso della classe dirigente nella vita del partito, Toti a cosa ha detto sì? Lui, il governatore, insiste con l’idea di una "rivoluzione d’Ottobre" per Forza Italia che, come fa sapere alle agenzie, non si fa con un Board. Allora, aiutateci a capire. Il 6 luglio Toti la "Costituente" la vara ugualmente o ha disdetto l’affitto del Teatro Brancaccio, congedando tutti con un laconico "Contrordine, compagni!"? Ci può stare uno stop al progetto iniziale, ma Toti tenga conto che se non dovesse funzionare nell’incarico a cui è stato a sua volta nominato dal presidente Berlusconi, avrà bruciato tutte le carte per ripresentarsi dai militanti e simpatizzanti forzisti come l’alternativa alla vecchia guardia dei "nominati". A meno che ciò che è stato concepito l’altro giorno non sia che il paravento dietro cui si nasconde un’altra realtà. Che alle spalle dei coordinatori vi sia l’idea di una separazione dolce, non traumatica tra le due anime di Forza Italia? Senza apparenti scossoni o guerra di parole i due tronconi si renderebbero autonomi, riconoscendosi come unico punto di contatto nel rimando ideale alla figura carismatica del leader Berlusconi. In prospettiva, le entità separate si evolverebbero in due distinte formazioni partitiche, libere ciascuna di andare a scegliersi gli alleati più compatibili. Insomma, una sorta di movimento double face, come un materasso che ha il lato estivo e quello invernale. La convenienza per il capo sarebbe di tenere un piede nella staffa di centrosinistra e l’altro nella staffa di centrodestra. Se dovesse essere questo il piano, avremmo modo di riscontrarlo tempestivamente: Toti terrà ugualmente la sua "Costituente" il prossimo 6 luglio che aprirà a sorpresa con un messaggio di auguri e di sostegno del vecchio leone di Arcore, l’inossidabile Cavaliere.

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