Non sappiamo fare a meno di condizionare la nostra vita con frasi fatte e stereotipi. Dipendiamo troppo, come stupidi epigoni, da personaggi che godono la fama cadùca del momento, e coatti in un microcosmo di parole inespressive, cediamo alla banalità.

È successo anche per Andrea Camilleri, annunciato per lo più così: "È morto il padre di Montalbano"; che fantasia abbiamo avuto anche noi, che condiscendenza alla vuota sintassi mediatica! Andrea Camilleri non è il "padre" del commissario Montalbano, ne è l'inventore, il mentore narrativo, l'amico nemico, ne è l'anima, molto più che un padre quindi: un padre muore, l'idea e il suo personaggio immortalano il creatore.

Perché allora quel vecchio ormai cieco che parlava, quasi stanco della vita, con una voce rauca di bronchite cronica, esalando effluvi di nicotina, "assiso" su una poltrona antica nel chiaroscuro del meriggio, ci mancherà tantissimo? Perché era un grande, meraviglioso affabulatore, la quintessenza letteraria della storica maestria dell'Opera dei Pupi, anch'egli, un patrimonio di tradizioni e cultura dell'umanità. La sua biografia, attraversata da eventi non secondari nella storia, sarà sicuramente sviscerata, esaltata o criticata, perché lo scrittore, il regista, lo sceneggiatore, il poeta era innanzitutto un uomo del secolo, dei nostri tempi, con le sue poche certezze e i tanti dubbi, la sua grande onestà intellettuale - dote rara in questi tempi - e sapeva leggere come pochi nell'animo umano, estrapolando dai suoi personaggi le pulsioni recondite, le passione represse, i sogni e gli incubi, mettendo a nudo la "normalità" imperfetta dell'essere umano.

Uomo del nostro tempo. Nonostante si sia affacciato al mondo della narrativa in tarda età, ha avuto il vantaggio di un bagaglio culturale e l'esperienza pluridecennale dell'impianto scenico, dell'adattamento narrativo della storia, che ha ottimizzato nella stesura dei romanzi, coinvolgendo con sapienza il lettore nella costruzione della trama, come in un giallo televisivo a puntate. Si può dire che una specie di profetico, ideale "menabò" per i suoi testi sia stato "Il corso delle cose": c'è tutto Montalbano "in nuce", c'è il Camilleri che abbiamo imparato ad amare, l'affabulatore naive che non disdegna l'impegno politico, il maestro che, come ha avuto modo di dire egli stesso, avrebbe scelto di morire, "seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio 'cunto', passare tra il pubblico con la coppola in mano".

È stato tradotto in 120 lingue. Un'enormità per uno "scrittore nato vecchio" e di difficile lettura al di fuori dell'italiano, sempre più tralasciato per il suo amato "vigatese". Ma chiunque al mondo comprende, anche se scritta o tradotta da un'altra lingua, la cronaca della propria quotidianità, perchè, di questo si tratta, Camilleri non ha confini di tempo o nel mondo, sebbene non sia stato un frequente "viaggiatore", a parte il "periplo" della Sicilia in gioventù, egli rappresenta il classico "apolide letterario senza fissa dimora", ma figlio unico del fantastico paese di Vigata. Secondo la becera tradizione mediatica e partigiana italica, nei prossimi giorni inizierà il "battage" sull'uomo. Già notiamo avvisaglie disgustose nel mondo dei social. Siatene certi, la cultura feltriana del "terrone rompicoglione" finalmente morto, attecchirà come la zizzania, qualcuno ricorderà che l'adolescente Camilleri fu espulso da un collegio cattolico per aver lanciato delle uova contro il Crocefisso o che sia stato un comunista snob, radical-chic, un ateo che ha osato dire: "quando Salvini impugna il Rosario, mi viene un senso di vomito". Niente di tutto ciò resterà. Noi lo sentiremo farfugliare, roco, avvolto in una spirale di fumo, di storie nate da una terra baciata dal sole, densa del profumo dei limoni, misto al salmastro del mare, in un "Borgo", senza passaporto, cittadino apolide di Vigata.

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