(Depositphotos)

Sarà l’indebolimento della UE il fulcro della campagna elettorale di Salvini. È la "fase 2" del progetto sovranista adombrato a Visegrad subito dopo la caduta della cortina di ferro. Fu infatti in un delizioso borgo della Pannonia, adagiato sulle sponde del Danubio, che i rappresentanti di Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, sancirono una alleanza politica tra Paesi che, oltre ad essere culturalmente e geograficamente contigui, provenivano dal medesimo contesto sociale post comunista che è seguito alla dissoluzione del Patto di Varsavia.

Ma soprattutto, a Visegrad, i rappresentanti di quei Paesi, si riunirono per negoziare da posizioni comuni l’ingresso nella UE, anche se poi ciò non accadrà. I singoli Stati infatti tratteranno la loro adesione in piena autonomia. Ne risultò una comunità di 60 milioni di persone, insediate nel cuore dell’Europa, che ha cambiato profondamente la natura stessa della Unione nata a Maastricht. Rapporti difficili fin dall’inizio quelli tra il Visegrad group e Bruxelles. I Paesi centro europei – divenuti 4 a seguito della separazione della Slovacchia dalla Repubblica Ceca – hanno lucrato (e lucrano) i sostanziosi fondi strutturali che hanno permesso lo sviluppo delle loro economie. Ma non si può dire che abbiano adempiuto con solerzia agli obblighi di solidarietà imposti dai trattati dell’Unione.

Insomma, pur con qualche lodevole eccezione, i leader di quei Paesi si sono distinti nel tempo per un accentuato euroscetticismo e per una aperta ostilità alle regole imposte dal centralismo finanziario e politico di Francoforte e Bruxelles. Del resto, la sede di Visegrad non è stata scelta a caso. Fu lì che nel 1335 i sovrani di Boemia, Polonia ed Ungheria si riunirono per tracciare nuove rotte commerciali e soprattutto per escludere Vienna dalle dinamiche finanziarie dell’epoca. Le politiche decisamente centrifughe dei Paesi aderenti al patto di Visegrad nei confronti di Bruxelles, hanno sempre più attirato l’attenzione dell’area euroscettica dell’Europa dei fondatori.

Prima Le Pen, poi Farange e Salvini, hanno guardato con grande interesse a ciò che succedeva in quella parte della Europa collocata, fino a pochi anni fa, oltre cortina. Ma a quello che accade a Budapest, Praga o Varsavia era ed è interessato anche Vladimir Putin. Allo Zar di tutte le Russie, conviene infatti avere una UE destabilizzata e divisa. Solo così gli è più facile scansare le insidie degli embarghi che spesso subisce, ed imporre le sue trade policies. Non bisogna dimenticare che la Russia tiene a galla l’economia principalmente attraverso l’interscambio commerciale con l’Europa, costituito soprattutto dalle preziose forniture di idrocarburi ed altre materie prime indispensabili all’Europa, ma ancor di più alla asfittica economia russa.

Anche Trump del resto ha qualche interesse ad una UE debole. Il neo protezionismo americano e l’aggressiva politica dei dazi inaugurata dalla amministrazione Trump, trova una più facile sponda tra i singoli Paesi aderenti che non in una Europa coesa. La exit strategy dell’Inghilterra, fortemente sponsorizzata ed in fondo sempre auspicata dalla Casa Bianca, ne è del resto una riprova. L’affermazione politica di Salvini e del suo sovranismo declinato in chiave anti europea, in definitiva fa comodo a russi ed americani. Per questo i temi della prossima campagna elettorale della Lega sono pericolosi per tutta l’Europa. Per questo Salvini, come l’Arlecchino di Goldoni, finirà per essere il servitore di due padroni. Per questo, in una sorta di nemesi storica, si ritroverà ad essere l’utile idiota evocato da Lenin. Ma questa volta al servizio dell’imperialiamo russo e non di quello occidentale.

ANTONIO BUTTAZZO

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome