Matteo Renzi (foto depositphotos)

La camicia bianca è sempre la stessa, anche se evidenzia di più la incipiente pinguedine.

Anche gli abiti di buon taglio, confezionati dal sarto suggeritogli da Verdini, sono gli stessi. Del resto giubbotti tipo chiodo e pantaloni dai risvoltini colorati, non sarebbero stati intonati con la boiserie di palazzo Chigi. Uguale anche la parlantina sciolta con la quale ha rottamato intere generazioni di dirigenti del PCI/PDS/DS/PD.

D’Alema, Veltroni, Bersani, Letta, tutti serenamente liquidati dall’abatino di Firenze, prima di essere liquidato a sua volta, scivolando sul referendum istituzionale con il quale voleva cambiare l’Italia. Ha trasformato quella consultazione in una Ordalia, sbattendo il grugno contro il "giudizio di Dio".

Dieci anni fa, aveva trasformato la stazione della Leopolda di Firenze in un palcoscenico destinato ad accogliere i maitre-a-penser post comunisti, schierati prudentemente con l’enfant prodige della politica italiana. Tra cianfrusaglie schierate in bella mostra, in quella stazione dedicata ad un granduca illuminato con cui non ha ideologicamente nulla a che spartire, sfilavano banchieri londinesi, ristoratori di lusso, giuristi alla moda , giornalisti di grido, giornaliste in minigonna, imprenditori dell’haute couture ed anche i soliti nani e ballerine. Facevano la fila per ascoltare il verbo renziano che sapientemente veniva distillato da quel palco.

Erano per lo più chiacchiere ispirate dal whishful thinking, immaginare le cose per come si vorrebbe che fossero. Fa finta di eclissarsi, auto definendosi "un semplice senatore di Firenze", consapevole però che il 70% dei parlamentari del PD erano stati eletti in liste da lui predisposte e quindi a lui fedeli. Un patrimonio ancora spendibile al mercatino della politica messo in piedi da spacciatori di bibite analcoliche ed imbonitori da spiaggia.

Statisti di questi tempi, che con ghigno feroce agitano il santo rosario in faccia ai contestatori durante i beach tour, tra allegre bevute e chiappe danzanti al ritmo del paraponzipo’. Un contesto in cui Renzi si muove bene e lo abbiamo visto. Una continua giravolta con cui usurpa il potere dello sbiadito segretario del suo partito, suggerendo a degli intronati grillini che in fondo si poteva pure votare la legge sul taglio dei parlamentari. Quella stessa legge contro la cui approvazione aveva votato appena un mese fa.

Basta che la giostra vada avanti, basta che la fregola ferragostana comune a tutti, quella di "salvare l’Italia dallo sfascio", produca i suoi effetti collaterali, utili anche ai pentastellati: uno stipendiuccio sicuro per tutti i fancazzisti, siano essi stati miracolati dalla lotteria dei click o dalla genuflessione al caro leader di Pontassieve.

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