Matteo Renzi (foto depositphotos).

Negli ultimi anni la Repubblica italiana ha fatto i conti con due grandi personalità politiche ed entrambe si chiamano Matteo. Le differenze ideologiche e le posizioni politiche tra Salvini e Renzi sono molto distanti, ma il loro modo di fare politica, relazionarsi con gli elettori e con le istituzioni è quanto di più simile si possa trovare.

La loro somiglianza non ci mostra soltanto due gemelli diversi della politica, ma anche i cambiamenti della Repubblica stessa. Entrambi appartengono alla stessa generazione, sono figli della televisione commerciale, del post-berlusconismo e dell’antipolitica. Quest’ultimo elemento appare di crescente importanza se si esamina la loro vita politica in prospettiva storica. Matteo Salvini aderisce giovanissimo alla Lega post-Tangentopoli, quella dei cappi in Parlamento e della lotta contro Roma ladrona, che traboccava di contestazione contro il ceto politico-burocratico.

Percorre tutto il cursus honorum fino al Parlamento europeo e poi si ritrova a quarant’anni segretario di partito. Nella sua ascesa interviene, ancora una volta, la spinta al rinnovamento e alla rottura con il vecchio ceto politico. Salvini è il giovane su cui i vecchi senatori della Lega puntano per il rilancio dopo gli scandali che hanno coinvolto Bossi e il suo cerchio magico. È la novità, la faccia pulita che viene sottovalutata politicamente da uomini d’esperienza come Maroni, Zaia e Flavio Tosi. Salvini sfrutterà questa rottura per lanciare sé stesso sul piano mediatico e un Lega nazionalizzata. La sua leadership ha stravolto per sempre il volto del più antico partito italiano nel nome del rinnovamento e di idee nuove per il conservativo heartland leghista, come l’euroscetticismo e le politiche sociali.

Dall’altro lato c’è il giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Se Salvini sposta nettamente a destra il suo partito, l’altro Matteo intende portarlo al centro per farne una forza riformista e moderata che sappia colmare il vuoto lasciato dal declino di Silvio Berlusconi. Le prime Leopolde sono degli show iper-moderni fatti di grafiche, video, presenze vip e narrazione personale. La costruzione a tavolino di una nuova leadership. Eventi che traboccano di rinnovamento, impatto mediatico e anti-politica. Via le vecchie facce, fuori la dirigenza che ha fallito e limite dei due mandati in Parlamento. La scalata del Pd parte dalla rottamazione. Anche Renzi, come Salvini, viene sottovalutato dalla dirigenza del partito che gli permette di candidarsi alle primarie del 2012 e prendersi, contro tutta la nomenklatura, quasi il 40% del partito. Da lì alla conquista del partito e poi di Palazzo Chigi sarà breve, complice anche la "non vittoria" di Bersani nel 2013 e la crescita del Movimento 5 Stelle. Entrambi i leader sono stati invisi alla vecchia guardia e considerati i sovrani di un interregno di passaggio destinato a durare poco.

Entrambi vinceranno e resteranno. Le ultime settimane hanno mostrato tutta la somiglianza dei due Matteo, politici post-moderni, flessibili e reversibili, pronti a giocarsi il tutto per per tutto per prendersi tutto. Il primo a provarci è stato Renzi con la riforma costituzionale, che avrebbe reso il Presidente del Consiglio più simile a un Primo Ministro, fallita per errori strategici e politici. Un referendum personalizzato, figlio della rottura del patto con Forza Italia, che ha coalizzato contro tutti gli avversari. Contrariamente a ciò che si pensa, alla politica italiana non piace poi molto l’uomo solo al comando. In questi giorni d’agosto è stata la volta di Matteo Salvini.

Dopo l’exploit delle europee, i sondaggi al massimo storico e un alleato indebolito e difficile, il leader della Lega ha tentato il colpo a sorpresa. Non sappiamo come andrà a finire la crisi di governo, ma l’altro Matteo ha fatto di tutto per rendere più complicato il ritorno alle urne. Renzi ha assunto il comando delle operazioni da senatore semplice, e da capo corrente, per salvare sé stesso e scuotere il Partito Democratico. Evitare a ogni costo un ritorno alle urne potenzialmente devastante per l’universo renziano. Salvini, come Renzi prima di lui, ha scelto di rischiare tutto per prendersi il Paese. Per istituzionalizzare una leadership forte di fatto, ma non suffragata dai numeri parlamentari. Entrambi, per realizzare i propri progetti, hanno rotto con alleati preziosi e funzionali alla propria ascesa: Berlusconi per Renzi e Di Maio per Salvini.

I due evidenziano, però, anche alcune "regolarità" delle istituzioni politiche italiane, che più volte si sono presentate nell’ultimo decennio di storia. Renzi e Salvini hanno preteso entrambi di incarnare l’uomo forte che l’elettorato sembra bramare dai tempi di Berlusconi e, ancor di più, dal dopo Monti. Altrimenti non si spiegherebbe un successo così vasto e rapido di due personalità tanto controverse e divisive. Entrambi, però, hanno mostrato tutte le difficoltà che i capi politici naturali incontrano nel muoversi nel vischioso panorama istituzionale italiano. Essi sono apparsi prigionieri del Palazzo e delle logiche della democrazia parlamentare, dopo averli abilmente sfruttati. Smontare dal cavallo del potere per fare un bagno di consenso è molto complicato in Italia.

È come se il paese spinga per l’uomo forte, ma non appena questo si palesi concretamente sul piano politico le tendenza del sistema politico a dividersi e a frazionare prevalga. Sembra che le forzature per prendersi tutto, in Italia, non vengano tollerate dai partiti e spesso anche dagli elettori, come il caso Renzi ha dimostrato. L’istituzionalizzazione del carisma politico è la sfida impossibile della politica italiana e questa impossibilità tende a bruciare le leadership divisive e accentratrici come quelle dei due Matteo. I cicli delle leadership, sempre più brevi, vengono intervallate da fasi che potremmo definire di "moderazione istituzionale". Il ritmo della politica italiana si muove furiosamente sulla base delle leadership e del loro spodestamento.

Al carisma funambolico di Berlusconi seguono le personalità placide di Monti e Letta, fino all’ascesa prorompente di Matteo Renzi a cui segue il governo silenzioso di Gentiloni fino a quando il sistema non si ribalta per l’ascesa populista di Di Maio e Salvini, che nel giro di pochi mesi vede prevalere la personalità dominante di quest’ultimo. In sintesi: data la ridotta influenza dei partiti sul piano organizzativo e la crescita dell’iper-comunicazione e della polarizzazione imposta dai social network tutto il gioco politico s’incentra sulla personalizzazione. Le personalità crescono e si affermano, poi rompono alleanze e cercano di ma simizzare il loro potere e dai qui iniziano a cadere sotto le spinte centrifughe del sistema.

Ne consegue un breve ciclo di normalizzazione parlamentare e moderazione istituzionale, fin quando riprende la salita vertiginosa di una nuova leadership. Se in questa dinamica da un lato la democrazia italiana mostra i propri anticorpi verso l’accentramento e l’uniformità del potere di fronte a forti personalità, dall’altro emergono anche tutti i limiti della Repubblica sul piano della concretezza politica. Infatti, l’incapacità di istituzionalizzare queste leadership, come avviene ad esempio nei sistemi politici di altri paesi, e renderle minimamente durature tende a sabotare la realizzazione di qualsiasi programma politico, seppur sostenuto in quel momento dalla maggioranza degli elettori.

La perenne divisione in fazioni e l’organizzazione di giochi trasformisti, che tanto preoccupava il padre costituente americano James Madison, è la vera cifra politica del paese. L’affermazione della leadership, di cui tanto si è discusso negli ultimi anni, è il vorrei-manon-posso dell’Italia che resta, prima di tutto, una Repubblica del non governo. La politica italiana, vista al microscopio, appare oggi una misera combinazione di patronage, cioè nomine negli apparati dello Stato da governate di turno, e ordinaria amministrazione pubblica all’interno dei binari stabiliti da Bruxelles su cui il nostro Paese incide sempre meno. Sia nei cicli delle leadership che in quelli di moderazione istituzionale, l’affermazione di una strategia e di un piano politico di una qualche rilevanza appare sempre più difficile da realizzare. In conclusione, un paradosso: l’Italia cerca sempre l’uomo forte, ma non intende farsi governare.

di LORENZO CASTELLANI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome