Palazzo Montecitorio (Depositphotos)

Elezioni anticipate o Governicchio per tirare a campare, occorre ribadire un concetto fondamentale: nessuno in questo particolare momento storico sembra avere la ricetta giusta per portare l’Italia fuori da una stagnazione la quale nel caso di un sempre più probabile avvitamento dell’economia globale, rischia di tramutarsi in una drammatica recessione, con altrettanto drammatiche conseguenze circa la tenuta dei nostri già molto traballanti conti pubblici.

Per dirla in una pillola, dopo oltre due decenni di crescita infima, soprattutto sul piano della produttività pro-capite, e di aumento continuo della spesa pubblica corrente, la via maestra per una strategia di rilancio dell’economia di ampio respiro non può prescindere da un drastico taglio della spesa corrente medesima. Tutto il resto, compresa l’idea pur molto popolare di abbattere la pressione fiscale in deficit, appartiene ad un vasto repertorio di pura propaganda che con la dinamica della realtà che ci circonda non ha nulla a che spartire.

In estrema sintesi, un Paese con gravi problemi legati all’invecchiamento nel momento in cui è costretto ad aumentare il già colossale indebitamento per, tra le altre cose, mantenere un sistema di welfare dai costi proibitivi è destinato ad un rapido quanto inesorabile declino. Da questo punto di vista una classe politica responsabile avrebbe dovuto, almeno in parte, esprimere già da tempo una linea di ragionevole aggiustamento di uno squilibrio finanziario che alla lunga non può che trasformarsi in un fattore di paralisi per l’intera economia.

Pur rappresentando essa una opzione alquanto impopolare, è solo attraverso un deciso abbattimento della citata spesa corrente che si possono trovare risorse vere per programmi credibili di investimenti e di incentivi fiscali. Invece assistiamo da parecchio tempo ad una gara al ribasso, per così dire, in cui si propongono alla collettività nazionale programmi e proposte in cui, in breve, si promettono meno tasse, meno debito e più trasferimenti di spesa corrente. E per adesso il popolo degli elettori sembra ancora credere in massa a codesta linea dei miracoli.

In un evidente processo di interazione tra le fantasmagoriche promesse dei politici e il desiderio degli italiani di vederle avverarsi, il Paese sembra marciare compatto verso il baratro del sottosviluppo. E un primo assaggio di quanto dissonante sia la realtà rispetto alla narrazione della politica lo potremmo già avere con la prossima Manovra finanziaria, a prescindere dai geni di turno che dovranno affrontarla.

CLAUDIO ROMITI

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