Per chi non ne soffre più, l’acne è soprattutto un imbarazzante ricordo di gioventù. Non è fatale, non se ne muore, ma è un disastro emotivo per i giovani che ne sono afflitti. Nel mondo si calcola che l’acne vulgaris sia l’ottava malattia più comune, toccando circa 645 milioni di persone a livello globale con un impatto sociale collettivo enorme. Influisce fortemente sullo sviluppo della socializzazione nella tarda adolescenza e nella prima giovinezza, tra i 12/15 anni e i 18/19 per le ragazze e tra i 15/16 anni e i 19/20 per i ragazzi.

Numerose ricerche - probabilmente non tanto necessarie - dimostrano che i soggetti "pieni di brufoli" in queste fasce d’età tendono a limitare fortemente le interazioni sociali. E può essere una gran bella cosa. Lo dimostra una ricerca - "Do Pimples Pay? Acne, Human Capital, and the Labor Market", di due ricercatorI americani, Hugo Mialon, della Emory University, e Erik Nesson, della Ball State University - secondo la quale: "Soffrire d’acne nel corso della frequentazione della scuola media e del liceo è fortemente associato a punteggi accademici mediamente più alti" e anche ad "un maggiore reddito da lavoro come adulti", specialmente tra le donne.

L’ipotesi causale preferita dai ricercatori per spiegare il fenomeno è che "l'auto-isolamento" sociale motivato dai brufoli possa avere l’effetto di indirizzare i giovani ad una maggiore attenzione agli studi rispetto alle attività sociali e sportive. Mialon e Nesson basano le loro conclusioni su dati raccolti dal National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health (detto familiarmente Add Health, partito nel 1994), finanziato dal NIH-National Institute of Health americano per studiare nel tempo la transizione sanitaria di un campione di 20mila giovani tra l’adolescenza e l’età adulta

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