Antonio Conte (Foto Depositphotos)

Quando pensavamo che il trasferimento di Maurizio Sarri dal Napoli del Popolo alla Juventus dei Potenti fosse la novità più intrigante del campionato, il sì all'Inter di Antonio Conte ha ribaltato le convinzioni di tanti.

È lui, l'Intenso, il traditore - hanno sentenziato giudici mediatici e social bufali - altro che Sarri. Il ragionamento non faceva una grinza, in verità: vuoi mettere il tecnico appena sbarcato in serie A che prima si fa alfiere degli antijuve in mancanza d'altri candidati, sospinto da opinionisti che cercano divagazioni sul tema tattico inventandosi escursioni estetiche senza costrutto e garantendo con chiari limiti di esperienza l'ennesimo trionfo della Nemica cui si dà anima e corpo alla fine dei giochi; vuoi mettere questo personaggio ancora in cerca d'autore con un Antonio Conte battezzato juventino doc con 13 anni di militanza sul campo e 3 sulla panchina, tuttavia senza alcuna... deviazione significativa fino al Chelsea, scelto per una nuova avventura soprattutto culturale che non mettesse in discussione la fedeltà alla naturale passione bianconera?

Se si seguisse - come spesso capita, nel gioco - la semplificazione dei sentimenti tipica dei tifosi, il Traditore sarebbe lui, Antonio, protagonista di una storia, e non Maurizio, eroe di una cronaca napoletana adottata per ravvivare un dibattito sempre più ammosciato. Ma noi non siamo tifosi e non useremo quel termine sgradevole meglio identificato in politica: concluderemo semplicemente che se esiste ancora questo filone romantico che designa i club come oggetto d'amore, dunque di tradimento, il calcio sopravvivrà al triste declino in business. Dove alla parola Traditore si possono sostituire termini come Truffatore, Profittatore, Arraffatore.

Se la Juventus è la squadra da battere, Antonio Conte è l'uomo da battere. E il discorso diventa Inter contro Juventus, ennesima messa in scena - con speranze diffuse - del Derby d'Italia, più volte annunciato, mai realizzato. Da quando, nove anni fa, se n'è andato dall'Italia Josè Mourinho, inconsapevolmente lasciando campo libero alla Juventus. Inter a parte, il Triplete è stato forse l'ultima pagina eroica scritta dal calcio italiano, non tanto per l'uno-due scudetto e Coppitalia, quanto per la gloriosa finale di Madrid del 20 maggio 2010 vinta contro l'onorevole Bayern. È stato, quell'evento, l'ultima raffica di milioni, tanti e sonanti, del campionato italiano, afflitto - come s'inventò l'abile Aurelio De Laurentiis - dagli altrui fatturati.

Dice l'amico Capello che l'unico pericolo per la Juve è rappresentato da Suning, la potente società cinese che sta armando l'Inter per la lunga marcia verso lo scudetto; sono d'accordo, ma non - come dice qualcuno - perché "finalmente ci sono i soldi": quando i Signori Zhang avranno speso e vinto tanto quanto Massimo Moratti il mondo della Beneamata potrà inchinarsi davanti ai cinesi, prima è meglio che l'Arrabbiata di Antonio Conte faccia la sua nuova parte, che non è da classico e ridicolo agnello sacrificale ma da belva scatenata, come appare dalle prime scelte di Conte, a partire da Lukaku, un affondatore d'area che non mi piace ma certo risponde al disegno tattico del mister nerazzurro: poter disporre di una squadra potente non per arzigogoli tattici ma per un vigore sollecitato con saggezza psicologica.

Quando ho parlato di una trasferta "culturale" di Conte in Inghilterra ho ripensato a come gli riuscì facile, in pochi scontri diretti, mettere a tacere Josè Mourinho che in Italia aveva maramaldeggiato sui deboli (o quasi). È per tutto questo che immagino un'Inter in grado di affrontare serena e battere la Juventus che ha voluto liberarsi del Vincitore Imperfetto, quell'Allegri che, poveretto, non sapeva far altro che portare a casa scudetti, neanche una Champions, eppure gli avevano messo a disposizione Ronaldo, poffarbacco. La Juve vuole solo la Coppona, sta affidando a Sarri una squadra in grado di tentare il colpo, con Ronaldo messo al centro della piazza, una difesa rimodellata (non rinvigorita) da DeLight, il resto ancora da vedere.

Per ora, ho solo capito - e lui l'ha pure confessato - che, in attesa di godersi le preziosità del Sarrismo, al Maestro vogliono affidare una squadra concreta. Per continuare a vincere, secondo tradizione, e iniziare a convincere, come vuole Sarri. A proposito del quale vorrei dire che l'ho scoperto - a modo mio - involontario protagonista della "Grande Bellezza", che non è un film di Paolo Sorrentino ma più modestamente di Lele Adani, il re degli Opinionisti Estetisti. In realtà, i nuovi mezzibusti hanno assecondato una furbata napoletana: conosco da anni gli interpreti dei media locali e so quanto siano abili nel decretare le capacità dei tecnici quando questi, pur strombazzati, non vincono.

L'unico costruttore serio del grande Napoli ereditato da Edy Reja, Walter Mazzarri, era troppo lineare per godere dell'appoggio dei maestri cantori, Donadoni troppo serio per porsi il problema di vivibilità, Benitez se l'è cavata come "quello che finalmente ha portato a Napoli dei campioni" come se i soldi li avesse messi lui e non il finalmente ambizioso ADL; poi, quando hanno visto che Sarri non avrebbe mai vinto, lo hanno eletto il Migliore per avere convinto con un gioco meraviglioso che non ho mai riconosciuto appieno, mancandogli il naturale epilogo in vittoria.

L'ultima raffica di Sarri resterà legata per sempre al titolo "Uno scudetto perduto in albergo" che nel dettaglio rivela almeno inesperienza. Non aggiungo altro, sul Maestro, se non l'invito a smettere di fumare: non può fregarci il momento più atteso e qualificante del campionato che va a cominciare, la sfida con Antonio Conte. A dimostrazione di quanto sia giusta la mia interpretazione del "napoletanismo mediatico", vi invito a considerare come se la passano da un anno tifosi e opinionisti con Carlo Ancelotti, un signor tecnico compiuto che non possono manipolare e neppure - nei quartieri bassi del web - insultare. Carlo è grande ma a Napoli deve ancora dimostrarlo. Dovrebb'essere lui, non Fonseca, o Gasperini, o Giampaolo, il terzo incomodo. E già dovrebbe infastidirsi di questa definizione. Forza Carlo, un colpo d'orgoglio.

Italo Cucci

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