Cento anni l’Impresa di Fiume con la ribellione di alcuni reparti del Regio Esercito (circa 2 600 uomini tra fanteria e artiglieria) che occuparono la città adriatica, contesa tra il Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia. Organizzata da un fronte politico a prevalenza nazionalista e guidata dal poeta Gabriele D'Annunzio, la spedizione raggiunse Fiume il 12 settembre 1919, proclamandone l'annessione al Regno d'Italia. L'occupazione dei "legionari" dannunziani durò 16 mesi con alterne vicende, tra cui la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. Avendo lo scopo di influire sulla Conferenza internazionale della pace, l'Impresa fiumana raggiunse l'epilogo con l'approvazione del Trattato di Rapallo. L'opposizione dei dannunziani all'applicazione del trattato portò il governo Giolitti ad intervenire con la forza, sgombrando Fiume durante le giornate del Natale 1920. Filippo Tommaso Marinetti, durante il periodo della sua presenza a Fiume nel settembre 1919, definì gli autori dell'impresa disertori in avanti.

A raccontarci quel biennio pieno di tensioni c’è ora una mostra all’ex Pescheria Centrale di Trieste, in corso sino al 3 novembre, curata da Giordano Bruno Guerri. In questa cornice, Fiume e Trieste, si definiscono non solo come luoghi d'incontro tra culture e epoche, ma come città in cui nel primo dopoguerra, il tradizionale culto patriottico si tramutò in un sogno che anticipò le avanguardie, le utopie e le rivolte del Novecento. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso cinque principali tematiche: identità di confine, irredentismo e imprese eroiche, rivoluzione artistica, rivoluzione sociale e infine emancipazione giovanile, soprattutto femminile. Quella dell’identità di confine è una sezione preziosa che, raccontando le origini e i simboli dell'irredentismo, lascia filtrare una riflessione sull'identità multiculturale delle regioni adriatiche. Fiume, da secolare città autonoma e multiculturale, nel 1919-1920 fu investita dai culti della nazione.

Nella sezione "Irredentismo e eroismo" troviamo bandiere, uniformi, manifesti, lettere, memorie di guerra che si fondono in un nuovo mito: quello dell'irredentismo adriatico. Nella "rivoluzione artistica" si va dal culto dannunziano della bellezza al paradiso delle avanguardie. I doni di sostenitori e di legionari, oggetti di alto artigianato, retaggio del collezionismo ottocentesco, sono affiancati alla dirompente energia dei proclami futuristi e dell'avanguardia fiumana del gruppo "Yoga". Fiume è anche luogo d'incontro per la grande arte, come nel caso della collaborazione tra D'Annunzio, De Carolis e Toscanini. Nella parte intitolata "Rivoluzione sociale" siamo nella Fiume dannunziana dove si sperimenta un nuovo modo di fare politica, fondato sul rapporto diretto tra il capo e folla e sul coinvolgimento delle masse. La nuova visione dello "Stato ideale" è testimoniata dal "nuovo ordine dannunziano" con cimeli riguardanti il culto del Comandante e la Reggenza e la Carta del Carnaro.

Il clima di sperimentazione e sospensione della realtà trasformarono Fiume in un luogo di rivolta generazionale, palcoscenico di storie avventurose e appassionanti, come testimonia la sezione sui giovani e le donne. Il percorso si snoda all'interno di un colossale dirigibile in pelle metallica dall'aspetto indefinito, a metà strada tra un aeromobile e un sottomarino. Questo curiosissimo gigante ricorda i mezzi utilizzati nelle imprese eroiche del poeta che con l’Impresa fiumana intendeva mettere in pratica i sogni risorgimentali. Il modo in cui fu condotta l'azione e i protagonisti che coinvolse, tuttavia, resero quell'occupazione un evento spettacolare, in grado di catturare l'attenzione del mondo appena uscito dalla Prima Guerra Mondiale. Proprio a Trieste d'Annunzio visse la sua prima pericolosa impresa aerea durante la guerra e alla città dedicò numerosi proclami fino al vittorioso ingresso delle truppe italiane il 4 novembre 1918. Quando d'Annunzio entrò a Fiume, da Trieste arrivarono così combattenti, irredentisti, repubblicani e rivoluzionari. Non intendevano solo riunire le due "città sorelle" sotto il tricolore italiano, ma sognavano di iniziare una rivoluzione che da Fiume si trasferisse alla Venezia Giulia.

Eppure l’Impresa di Fiume alla fine si tradusse in una sua sconfitta personale: "La terra di Fiume è insanguinata di sangue fraterno" scriveva D’Annunzio il 25 dicembre 1920 invocando il sacrificio fratricida e la sua disperata resistenza. La (ri)occupazione di Fiume da parte delle forze regolari guidate da Enrico Caviglia fu poco più che una scaramuccia, anche se protratta per cinque giorni. Almeno, così dovette sembrare ai combattenti dell’una e dell’altra parte, tra cui si contavano molti veterani della prima linea del 1915-18, abituati a ben altri livelli di brutalità. Di certo i soldati regolari cercarono di non colpire gli altri italiani anche a costo di rimetterci negli scontri diretti, il che spiega in larga parte il tasso di perdite tra i ranghi della 45a divisione di fanteria, la grande unità su cui ricadde l’onere dell’attacco finale. Alla fine si contarono decine di morti da ambo le parti. Caviglia sapeva bene che gettare fuori i legionari lo avrebbe esposto alle critiche dell’opinione pubblica.

L’unico antecedente di battaglia tra italiani era stato l’Aspromonte nel 1862 dove Giuseppe Garibaldi fu ferito dalla balla partita dal bersagliere spezzino Luigi Ferrari, a sua volta colpito al piede. Ma al momento dell’attacco a Fiume la penisola era abbastanza stanca delle carnevalate dannunziane, tanto da non avere più voglia di mobilitarsi per la sua causa, ma ancora sufficientemente sensibile alle sirene nazionaliste della "Vittoria mutilata". Su iniziativa di Giovanni Giolitti, che era tornato al potere nel giugno precedente per condurre l’ultimo governo autorevole dell’età liberale, il 12 novembre 1920 Italia e Jugoslavia avevano concluso il Trattato di Rapallo e messo un diplomatico punto fermo all’intera crisi adriatica. Grazie all’abile lavoro del ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza, l’Italia ottenne non solo il confine militare più sicuro che potesse rivendicare (la frontiera terrestre venne fissata allo spartiacque alpino da Tarvisio al golfo del Quarnaro, compresa la strategica posizione del monte Nevoso, così come avevano sempre chiesto i vertici dell’Esercito e come previsto dal Patto di Londra), ma anche la fine di ogni pretesa jugoslava sulla città di Zara e sulle isole di Cherso e Lussino, posizioni chiave per il controllo dell’Adriatico settentrionale. Fiume venne eretto in "Stato libero": di fatto, poco meno che un protettorato del Regno d’Italia, a cui era contigua anche territorialmente.

Considerato l’isolamento italiano del 1919, fu un successo straordinario e una sconfitta per il nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni che peraltro finì nel 1929. Aver ottenuto gli 89 chilometri quadrati dell’isola di Lissa (di infausta memoria per gli allori nazionali italiani, ma di scarsa importanza politica e militare) non fu sufficiente per i delegati jugoslavi, che una volta tornati in patria vennero accusati di aver venduto in schiavitù il loro nuovo Stato. In realtà a Belgrado di quella parte di costa adriatica interessa poco e nulla. Ma quella mossa fu la premessa della fine di uno stato federale instabile scaturito dalla fine del regno austro-ungarico. Il "Natale di sangue" fu anche la conclusione della parabola politica di Gabriele D’Annunzio e l’ultimo anelito dell’interventismo nella sua declinazione nazionalista.

Artista della parola e agitatore populista, D’Annunzio rese familiare agli italiani un confronto ideologico sempre più brutale e spietato, condotto secondo le logiche della lotta armata, che il fascismo avrebbe fatto proprio. Ma era una cultura efficace per un popolo che era appena uscito dalle brutalità della prima guerra mondiale e dunque ancora incline a odiare i paesi confinanti specie sul confine orientale. Con la riconquista di Fiume il neonato regno italiano riprese il controllo della situazione, mise a calmare gli spiriti bollenti del nazionalismo. Ma proprio in quel periodo le questioni interne divennero dure tanto che si può parlare oggi di repressione di tanti tumulti popolari. Da lì a poco Benito Mussolini ripresa la retorica del Vate e soprattutto riprese la sua idea di mobilitazione di piazza portando poi l’Italia alla nascita del fascismo, alla soppressione di ogni libertà politica, alla dittatura, alle leggi razziali e alla seconda guerra mondiale a fianco a Hitler. 

POLEMICHE FRA ITALIA E CROAZIA PER LA STATUA

Polemiche tra Italia e Croazia per l’inaugurazione nella centrale piazza della Borsa, a Trieste, della statua dedicata a Gabriele D'Annunzio. La scultura, realizzata dal bergamasco Alessandro Verdi, raffigura il poeta pescarese a gambe accavallate seduto su di una panchina mentre è assorto nella lettura con il gomito del braccio sinistro appoggiato su di una pila di libri. Una scelta quella della Giunta di centrodestra guidata da Roberto Dipiazza di dedicare al Vate un monumento nel cuore della città che aveva provocato molte polemiche, sfociando in una raccolta firme online tra detrattori e sostenitori dell'idea. "Tutta l'Italia è piena di viali e scuole dedicate a D'Annunzio e tutte queste polemiche che ho sentito mi sembrano davvero incredibili", ha dichiarato il primo cittadino nel corso dell'inaugurazione.

"D'Annunzio è stato un grande italiano come ce ne sono stati tanti altri e dobbiamo essere orgogliosi di lui". D’Annunzio partì da Ronchi dei Legionari (Gorizia) alla conquista di Fiume, oggi Rieka, in Croazia. Il fatto di aver inaugurato il monumento proprio nel centenario dell’Impresa di Fiume ha suscitato la reazione della vicina Croazia. Zagabria ha interpretato l’evento triestino non come una celebrazione del poeta, ma come un ricordo di quella che il Paese definisce una “occupazione”. La presidente Grabar Kitarović lo ha definito “monumento scandaloso, presentato proprio nel centenario dell’occupazione”. Protesta anche il primo ministro Plenković. Il ministro degli esteri croato è arrivato a parlare di un atto “che contribuisce a turbare i rapporti di amicizia e di buon vicinato tra i due Paesi”. Anche il sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, ha criticato l’inaugurazione della statua a Trieste in occasione del centenario dell’Impresa fiumana.

Alcuni manifesti con la sigla 'Vfs', Veneto fronte skinheads, inneggianti all'annessione di Fiume all'Italia sono stati affissi ieri notte sulla sede del consolato croato in piazza Goldoni a Trieste. Le foto sono state pubblicate sul sito del quotidiano della minoranza slovena 'Primorski dnevnik'. In contemporanea a Fiume sono comparse bandiere italiane con il simbolo dei Savoia e con scritte irredentiste in una delle piazze centrali della città croata, davanti alla sede del governo A dare la notizia è stata la televisione pubblica croata Hrt, che ha dedicato al fatto l’apertura dell’edizione serale del telegiornale. Dopo la segnalazione di alcuni passanti la polizia locale ha provveduto a togliere il tricolore italiano sul quale era stato scritto: "Torneremo in Istria, a Fiume e in Dalmazia". Nelle vicinanze sono stati trovati dei volantini con la scritta: "Viva Fiume italiana!". Un episodio stigmatizzato pure dall’Unione Italiana di Rieka. Intanto “L’Olocausta di d’Annunzio” è la prima grande mostra nel contesto del progetto Fiume Capitale europea della Cultura 2020, inaugurata ieri nel Museo di Marineria e Storia del Litorale.

Marco Ferrari

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