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Il nuovo governo mescola continuità e discontinuità, tanto nelle persone quanto nel programma. Era inevitabile, perché il pilastro della coalizione è il medesimo della precedente e non poteva sconfessare interamente il proprio operato o la propria dirigenza. Sicché guarderei piuttosto alla discontinuità con le prassi di governo che più hanno danneggiato l’Italia degli ultimi decenni. Necessaria al Paese, questa discontinuità sarebbe anche utile per i Cinque Stelle e il Pd. Solo scelte coraggiose possono risollevare questi due partiti. Scelte che segnino una rottura netta con le prassi precedenti, che spesso trascuravano l’interesse generale a vantaggio di quelli particolari.

Sono tipicamente scelte che comportano un costo politico, perché le categorie colpite reagiranno: ma è proprio accettando apertamente questi costi che la scelta compiuta acquista credibilità, e dunque efficacia. Si dice, per esempio, che Hernán Cortés conquistò l’impero azteco con poche centinaia di uomini perché affondò le proprie navi: fu un costo temerario, perché escluse ogni ritirata, ma impose ai soldati l’alternativa tra la vittoria e la morte o la dispersione in terre ignote. Contrastare l’evasione fiscale è l’esempio ideale delle scelte di cui parlo. Vorrei discuterne uno meno ambizioso, che non è nel programma di governo ma che la coalizione sta tuttavia discutendo, secondo la stampa: abbandonare "Quota 100".

Nata dall’obiettivo di superare la riforma Fornero, questa misura non è che un privilegio concesso a uno specifico segmento della classe lavoratrice, già comparativamente favorito: «Un regalo ai baby boomer maschi», la definì una delle prime analisi. Perché potendo andare in pensione in anticipo e senza riduzione dell’assegno, i beneficiari riceveranno un trattamento di favore rispetto a lavoratori comparabili: un "regalo" che l’Inps stima in 20mila euro a testa, nella media. Iniqua e costosa, questa politica è anche inefficiente. Nella sua ultima analisi dell’economia italiana, il Fondo monetario internazionale scrive che essa verosimilmente deprimerà sia la crescita potenziale, sia il tasso di partecipazione al mercato del lavoro; del resto, Quota 100 non sembra finora aver prodotto quell’effetto di ricambio (uno esce, due o tre entrano) che inizialmente pareva essere la sua principale giustificazione. La volle fortemente la Lega, per ragioni non difficili da individuare.

Sempre secondo l’Inps i beneficiari sono prevalentemente residenti al Nord (42%): Quota 100 è una sorta di contraltare, per una parte del suo elettorato, dei vantaggi che la Lega assicurò a microimprese, professionisti ed evasori con la "flat tax" e la "pace fiscale". Infatti Quota 100 è il più recente prodotto di una prassi antica, spesso nota come "politica delle mance". La chiamerei invece politica di inclusione selettiva. Perché se è vero, come credo, che l’Italia è retta da un ordine sociale che ostacola l’innovazione per proteggere le rendite delle fasce più privilegiate e meno intraprendenti della società, è chiaro che questo equilibrio, che comprime le opportunità dei cittadini comuni, non può reggere senza un qualche grado di consenso popolare. E il consenso fu acquisito soprattutto mediante politiche particolaristiche simili a Quota 100: politiche che, garantendo privilegi o benefici a specifiche categorie, facevano nascere in loro l’interesse alla conservazione di quell’ordine sociale. Il terreno d’elezione di queste politiche fu proprio il settore della protezione sociale, a partire dalle pensioni concesse negli anni 50 ad artigiani, coltivatori diretti, e commercianti.

Esse si moltiplicarono, anche perché ogni concessione di privilegi particolaristici suscitava rivendicazioni egualmente particolaristiche, e ora compongono quel sistema d’inclusione selettiva che, nella mia analisi, contribuisce a sostenere e consolidare l’equilibrio politico-economico sul quale l’Italia è assestata. E se è vero che quell’equilibrio è alla radice dei principali problemi del Paese, abbandonare le politiche particolaristiche che lo sorreggono è un passo necessario per avviarsi credibilmente a cambiarlo. Più ancora che per le esigenze della manovra finanziaria, è per questa ragione che Quota 100 dovrebbe essere abolita, e nei limiti del possibile revocata. È certo possibile che gli slogan demagogici – sulla durezza della riforma Fornero – che ne permisero l’adozione abbiano un fondamento: ma allora occorre aprire una discussione sull’equità complessiva del sistema di protezione sociale, secondo la medesima logica universalistica che animò quella riforma.

ANDREA CAPUSSELA

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