Luigi Di Maio Depositphotos

Il signor Luigi Di Maio, uno studente universitario fuori corso diventato vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico nel governo gialloverde e ministro degli Esteri del governo giallorosso (direi rosa pallido), insiste nella proposta del vincolo di mandato per impedire il vergognoso cambiamento di casacca dei parlamentari. Non ho alcuna stima né per questo ragazzotto né per il M5S, nato dal vaffanculo di Beppe Grillo e dai deliri di "Veni, Vidi, Web" di Gianroberto Casaleggio, ma devo, purtroppo, dichiararmi d’accordo. Non foss’altro che per il fatto che ho proposto molto prima di Di Maio l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione secondo cui "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". Ma non ci sono riuscito.

Tra i tanti oppositori (parlamentari di destra e di sinistra) c’è il grande Eugenio Scalfari che su Repubblica del 4 maggio 2013 ha scritto: "Si vuole che un membro del Parlamento non possa in alcun caso votare contro il suo partito del quale ha l'obbligo di eseguire pedissequamente gli ordini. Se questa proposta venisse accolta, sarebbe sufficiente un numero di parlamentari estremamente limitato, magari una cinquantina. (…) Per di più non ci sarebbe nemmeno bisogno di discussioni e basterebbe spingere dei bottoni per registrare il voto di quel gruppetto di persone. Una proposta così può essere fatta solo da chi vuole una dittatura. Oppure da un pazzo".

Tra i favorevoli mi piace citare il capo del comunismo mondiale Josef Stalin che, in un discorso del 1949 per ingraziare i moscoviti che l’avevano eletto deputato al Soviet Supremo disse: "C’è un paese capitalista in cui il deputato si sente completamente libero, indipendente dal popolo, dai suoi elettori, può passare da un campo all’altro, può persino impegolarsi in macchinazioni poco pulite, può far capriole: egli è indipendente (gliene aveva parlato il compagno Palmiro Togliatti). La Costituzione sovietica non consente tutto ciò perché gli elettori hanno il diritto di richiamare al suo dovere il deputato che devia dal mandato che gli hanno affidato e di farlo dimettere e di mandarlo a casa".

Ho qualche dubbio che un deputato sovietico potesse manifestare un qualche dissenso dalle direttive del Pcus. Senza rimetterci la vita. E tra i favorevoli devo citare l’ex presidente della Camera Luciano Volante: "Caro Gerardo, bisogna porre un argine alle trasmigrazioni parlamentari da un gruppo all’altro. È sufficiente stabilire che, se esci da un gruppo parlamentare, non puoi entrare in un altro, ma sei solo. O se entri in un altro gruppo, come il Gruppo Misto, non godi di nessun beneficio. Un caro saluto". Si tratta di eliminare quel vergognoso fenomeno che va sotto il nome di "trasformismo".

Un fenomeno nato nell’800 quando fu possibile formare il governo di Agostino Depretis perché alcuni parlamentari della Destra passarono alla Sinistra "non per motivi di idee e di programmi ma in cambio di favori personali" (lo scrisse Depretis nelle sue "Memorie"). E che è stato largamente praticato nel Parlamento repubblicano dal 1948 ad oggi. È sufficiente ricordare i parlamentari di Clemente Mastella che, nell’ottobre 1998, sono passati dal centrodestra al centrosinistra per dar modo a Massimo D’Alema di formare il suo governo.

Ed è sufficiente ricordare che il 14 dicembre 2010 la mozione di sfiducia presentata dalle Opposizioni contro il quarto governo Berlusconi venne respinta grazie ai voti dei parlamentari finiani Giampiero Catone, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori e dei parlamentari dell’IdV Domenico Scilipoti e Antonio Razzi (adesso sedicente amico del dittatore nordcoreano Kim Jong-un). E Antonio Di Pietro parlò di "mercato delle vacche e di compravendita di parlamentari" invocando l’intervento della magistratura. Che non invocò quando Mastella favorì D’Alema. Perciò si dia una calmata il signor Di Maio. Il vincolo di mandato non sarà mai approvato perché l’art.67 fa comodo a tutti. Alla Destra, al Centro e alla Sinistra. E Stalin continuerà a rivoltarsi nella tomba.

GERARDO MAZZIOTTI

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