Una confezione da 250 grammi di caffè specialty – cioè di alta qualità, prodotto e lavorato con particolare cura – originario del Guatemala costa intorno ai 13 euro; un pacchetto dello stesso peso, ma contenente miscele "di largo consumo", come quelle che si trovano nei supermercati, ha di solito un prezzo inferiore ai 4 euro. Eppure, per i coltivatori guatemaltechi (e non solo) questa forbice di valore non fa la differenza: vendere il raccolto a torrefattori d’eccellenza può non essere sufficiente a coprire le spese di produzione. Il caffè si scambia sui mercati a circa 90 centesimi di dollaro per 0,45 chili, troppo poco perché gli agricoltori riescano a trarne un profitto.

L’unica possibilità di sopravvivenza diventa, allora, emigrare; ed ecco che una delle merci più consumate al mondo si lega direttamente a una delle crisi migratorie più grandi dei nostri giorni: l’esodo dall’America Centrale agli Stati Uniti, quello che Donald Trump cerca in tutti i modi di bloccare. Secondo le autorità americane, oltre l’1 per cento della popolazione del Guatemala e dell’Honduras si è messa in cammino verso gli Stati Uniti nei primi sette mesi dell’anno fiscale corrente. Uno dei fattori principali che alimenta questa migrazione di massa è il forte calo dei prezzi del caffè dal 2015 – ma le fluttuazioni sono continue – causato dall’aumento della produzione in Brasile e Vietnam.

Il caffè riveste un ruolo fondamentale per l’economia dell’America Centrale, ma i coltivatori raccontano di guadagnare ormai pochissimo o addirittura di lavorare in perdita. Il circuito del commercio equo e solidale garantisce loro paghe più alte rispetto a quelle offerte dai grossi distributori, ma non è comunque abbastanza per rientrare delle spese. In Guatemala (i costi di produzione si aggirano sugli 1,9 dollari per mezzo chilo circa) i contadini sono anche costretti all’acquisto di pesticidi per cercare di contenere la diffusione di un fungo che attacca le foglie delle piante e causa una malattia nota come "ruggine del caffè".

La proliferazione del fungo è connessa al cambiamento climatico, che modifica l’andamento delle piogge, fa salire le temperature, e quindi danneggia le piantagioni. Tanto più la coltivazione si farà difficile e poco remunerativa, tante più persone lasceranno l’America Centrale. La situazione è complicata anche dal fatto che Trump non crede all’esistenza del cambiamento climatico e ha minacciato di tagliare gli aiuti verso questi Paesi, gli stessi che devono sostenere i produttori di caffè. D’altro canto, i governi locali spendono pochissimo per sovvenzionare l’agricoltura e non hanno interesse a fermare i flussi in uscita, dato che le loro economie dipendono dalle rimesse degli espatriati.

Marco Dell'Aguzzo

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