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Come – in modo più vistoso – il suo predecessore Berlusconi – anche Matteo Salvini è impegnato in un titanico, si fa per dire, confronto con la legalità costituzionale. Sbaglierebbe chi considerasse la sua richiesta dei 'pieni poteri’, accompagnata dall’invocazione alla Madonna di Medjugore, una semplice gaffe, una frase che non ne svelerebbe le vere intenzioni. La richiesta dei 'pieni poteri’ riflette invece, pienamente, il rapporto patologico di Salvini (e prima ancora di Berlusconi) nei confronti della legge.

Che cosa, in passato, caratterizzava il monarca, il déspota assoluto? Il suo potersi porre – legittimamente – al di sopra della legalità, e di farlo non contro il popolo ma nel suo stesso nome e col suo consenso. Cosa invece caratterizza il rapporto democratico del potere col suo temporaneo detentore? Il fatto di essere anch’egli sottoposto alla legge. Questa – in fondo – la rivoluzione che risale alla Magna Carta del 1215. Il moderno populismo – si tratti di Trump, di Putin, di Erdogan o, a scendere, di Matteo Salvini – vorrebbe ristabilire il vecchio rapporto del sovrano con la legge. ' Al amigo todo, al enemigo ni justicia’ diceva il dittatore Peròn. Ma la frase dovrebbe essere corretta così: 'Al amigo todo, al enemigo la ley’.

L’applicazione rigorosa della legge è per il nemico, mentre per il dittatore e i suoi amici è la violazione impunita della legge a costituire la prova ultima del loro potere. Cosa unisce dunque i personaggi citati sopra? Il loro invocare e pretendere di esercitare 'pieni poteri’, anche al di sopra e contro la legge, in nome di una solo presunta investitura popolare rafforzata dalla benedizione divina. I nuovi déspoti hanno compreso, confusamente in molti casi, che più gli si consente di violare clamorosamente la legge, la Costituzione, più il loro potere si rafforza, accrescendo la loro 'popolarità’, il consenso da parte di quanti non possono permettersi di fare altrettanto.

Fortunatamente, c’è della follia in tutto questo: la tragica follia scespiriana che da sempre travolge i sovrani e i dittatori. C’è quello che Freud chiamava Todestrieb, l’ impulso di morte. Matteo Salvini al Papetee con le troniste che ballano al ritmo dell’inno nazionale. Trump, le cui ben più tragiche stravaganze lo spingono verso sempre nuovi confronti con la legalità costituzionale, sino alla sfida dell’impeachment. Più vengo additato alla pubblica riprovazione, più mi si minacciano azioni legali, tanto più inarrestabile diventa la mia marcia trionfale verso l’inevitabile Goetterdaemmerung, il wagneriano Crepuscolo degli Dei.

Il pubblico suicidio dell’aspirante tiranno – assuma pure la forma di una esecuzione sommaria, politica e augurabilmente, non fisica – non è, allora, la conseguenza di una malattia mentale, come si potrebbe sospettare, ma il tragico trionfo di un potere che ha preteso di rendersi assoluto e superiore alla legge, finendo per sacrificare e travolgere i protagonisti di cui si è servito. La patologia, quella autentica e collettiva, è purtroppo di quanti hanno favorito quella che Bertolt Brecht aveva definito 'la resistibile (noi aggiungeremmo 'e risibile’) ascesa di Arturo Ui’. La 'resistibilità’ dell’ascesa e la pavida inerzia di chi, pur potendolo fare, non vi si è opposto sono – la storia recente lo insegna – all’origine delle perverse conseguenze del potere.

MICHELE MARCHESIELLO

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