La mazzata che gli elettori dell’Umbria hanno assestato contro il governo Renzi-Di Maio-Zingaretti-Conte rende non più occultabile ciò che avrebbe dovuto essere evidente fin dall’inizio: l’antinomia su cui questo governo è nato, che lo rende strutturalmente e anzi ontologicamente inadeguato al suo compito. Il governo doveva infatti scongiurare la tragedia di una vittoria prefascista in eventuali elezioni anticipate, esito pronosticato da unanimi sondaggi. Avrebbe dovuto perciò - fin dal suo primo agire e anzi dalla sua composizione - dimostrarsi capace di tagliare in radice - radicalmente! - le cause del consenso crescente e ormai debordante al prefascismo salviniano (senza dimenticare la Meloni, dai fascistissimi trascorsi). Altrimenti non avrebbe fatto altro che spostare, anziché scongiurare, l’ascesa di Salvini a Palazzo Chigi.

Le ragioni di quel crescente consenso erano note anche ai sassi, e sul piano mondiale sono state squadernate nei monumentali lavori di Piketty e da reiterati interventi di Stieglitz e altri Nobel dell’economia, infine convertiti all’evidenza: DISEGUAGLIANZA, una mostruosa, violenta, inarrestabile hybris di diseguaglianza, che da decenni costituisce il filo nero di abiezione (niente affatto inevitabile) della famosa globalizzazione. E che in Italia si coniuga in overdose vituperanda con alluvione di corruzione e trionfo di inefficienza, facendo del nostro establishment uno dei più deplorevoli dell’Occidente. Ora, la sacrosanta rabbia di chi paga il prezzo salatissimo dell’hybris di diseguaglianza con una vita di ceto medio impoverito o di precariato e disoccupazione, di una giustizia quasi sempre feroce con i deboli e corriva con i privilegiati, e di frustrazioni materiali e simboliche, può prendere due direzioni opposte - è quasi una costante della storia: quella realistica di una politica dell’uguaglianza, radicalissima e financo "rivoluzionaria" secondo i criteri correnti, in realtà normalmente riformista secondo i valori d’antan, oppure, in sua latitanza, una politica di capri espiatori, che depisti la rabbia popolare dai profittatori a un "colpevole" di comodo, rovesciando le colpe dell’establishment sull’ebreo di turno (oggi il migrante, mentre il rigurgito antisemita riprende).

A propiziare l’altrimenti resistibilissima ascesa di Salvini è stata l’assenza della prima e realistica politica, data la scomparsa della sinistra o sua metamorfosi in nuove destre o eufemisticamente "centro", realizzatasi progressivamente nell’ultimo quarto di secolo (perché giornali e tv continuino a definire "sinistra" Pd e addirittura renziani resta un mistero della semantica). Solo una vigorosa messa in atto di politiche contro le diseguaglianze (materiali e simboliche) può perciò drenare fino a bonifica il brodo di coltura in cui il virus salviniano si moltiplica e metastatizza. Ma di tale ineludibile politica non c’è traccia nel governo in carica. A cominciare dalla caratura dei ministri e relativa credibilità per finire con le liti da comari social in affanno quotidiano di visibilità ("il mio regno per un tweet!"), passando per l’inanità di riforme sbandierate e mai realizzate. Prendiamo la guerra all’evasione, abc di ogni politica contro i privilegi. 110 miliardi l’anno, dicono le ultime cifre, di che trasformare l’Italia in una Svezia ideale di Bengodi. Ma se smargiassi di sparare nel mucchio non farai neppure un passo, spaventerai le masse dei piccoli e infimi evasori e li trasformerai in tartassate vittime.

Un governo di eguaglianza non parla di evasione in generale, ma ne differenzia certosinamente le tipologie e gravità, e comincia dall’alto, e passa alla fascia sottostante solo dopo aver sbriciolato di confisca e galera quella superiore, con un’azione insieme culturale, repressiva e di conseguenza finanziaria che finisce per convincere il piccolo evasore che la tassazione (se prelevata davvero in progressione a beni e reddito) "è bella", come diceva quel grande tecnico onesto di Padoa Schioppa. Ma come fai a gettare in galera e ridurre in povertà i grandissimi e grandi evasori (cominciando da quelli che occultano il bottino nei paradisi fiscali), se con loro, o i loro amici, o amici di amici, intrattieni solidarietà di merende, di salotti, di nomine, e magari di finanziamenti e di qualche mazzetta? Un governo che non sia unanime in modo adamantino e intransigente sui requisiti prepolitici dell’onesta e della competenza e sulla volontà politica di ridurre ogni giorno e con ogni atto la diseguaglianza e il privilegio, in modo significativo, tangibile, costante, non sta restaurando la strada per Salvini, gli sta preparando l’arco di trionfo. C’è qualcuno che riesca a rinvenire indizi o anche solo barlumi di tale intransigenza e volontà in Renzi, Di Maio, Zingaretti, Conte e nei loro ministri e sottosegretari? Ed è possibile pensare al miracolo di una loro conversione al lampo di una Damasco di giustizia-e-libertà?

PAOLO FLORES D'ARCAIS