Nuove sfide per la riabilitazione cardiorespiratoria, che interessa e coinvolge allo stesso modo cardiologi e pneumologi, a partire dalla necessità di creare una rete tra i centri specializzati in Emilia Romagna. È quanto emerge dal 1° Convegno Interregionale di Riabilitazione Cardiorespiratoria, organizzato lo scorso 25 ottobre dall’Ospedale Privato Accreditato Villa Pineta di Gaiato (Modena).

Oltre 150 professionisti sanitari e un dibattito a più voci tra esperti di cardiologia e pneumologia della Regione ER affiancati da un gruppo di medici della Lombardia, per analizzare il presente e programmare il futuro della riabilitazione cardiologica e cardio-respiratoria.

Come sottolinea il dott. Massimo Cerulli, Responsabile U.O. di Cardiologia di Villa Pineta, Chairman del convegno, nel suo intervento “l’Emilia-Romagna è una delle regioni che si distingue a livello nazionale nel trattamento dell’infarto miocardico acuto e, difatti, la mortalità per sindrome coronarica acuta è drasticamente calata a livelli che, probabilmente, erano impensabili 30 anni fa. Nonostante l’eccellenza della rete cardiologica nella cura delle malattie legate al cuore, il numero di infarti è rimasto assolutamente uguale a quello di 20 anni fa. Questo vuol dire che la prevenzione, legata anche ai programmi di riabilitazione cardiorespiratoria, non è sufficiente. Basti pensare ad esempio che nel primo anno dopo la dimissione, la mortalità dei pazienti post-acuti in Emilia-Romagna è superiore al 20%. Per questi motivi è necessario che, in primis, i cardiologi e poi tutti gli altri professionisti coinvolti nella cura dei pazienti post-acuti, portino avanti la cultura della riabilitazione e della prevenzione a lungo termine, elemento cardine della sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale ma anche della salute della persona”.

Dal convegno è, infatti, emerso che la riabilitazione cardiorespiratoria e la prevenzione dei fattori di rischio, quali obesità, fumo, vita sedentaria, ipertensione arteriosa, dislipidemie (disturbi ormonali e metabolici) e stress, riducono notevolmente la mortalità dei pazienti cardio-chirurgici o affetti da scompensi coronarici acuti, diabete e patologie vascolari periferiche. Notevoli sono inoltre i benefici anche a livello economico: basti pensare che l’85% delle spese relative ai pazienti acuti nel primo anno riguarda i re-ricoveri.

Negli anni è cambiata l’epidemiologia dei pazienti che si rivolgono alle strutture di riabilitazione cardiorespiratoria; come rileva uno studio sviluppato dal team di Villa Pineta, che ha analizzato i dati di 1600 pazienti ospitati nel centro dal 2003 al 2018, negli anni c’è stato un aumento dell’età media dei pazienti e un incremento della complessità delle patologie. Nonostante questo, gli item di efficacia della struttura sono rimasti invariati, registrando in tutti i casi un miglioramento dei pazienti e una riduzione delle giornate di degenza e ricovero con un notevole risparmio anche in termini economici (circa 1000 euro di risparmio a paziente).

In questo contesto rimane fondamentale l’interdisciplinarietà tra professionisti e la necessità di sviluppare una rete funzionale tra cardiologi e pneumologi, che nella realtà, molto spesso, si trovano a lavorare separatamente. È difatti fondamentale creare un percorso di diagnosi e cura comune e personalizzato che metta insieme le differenti figure professionali (cardiologi, pneumologi, fisioterapisti, psicologi, dietisti, infermieri) nel trattamento riabilitativo, più completo ed efficace.

La riabilitazione cardiorespiratoria presenta anche delle zone d’ombra. Il convegno ha, infatti, posto alcuni interrogativi su quali sfide attendono i medici, i pazienti e le associazioni sanitarie per il futuro. In Italia esistono 230 strutture riabilitative, dislocate sul territorio nazionale in maniera disomogenea; ad esempio in Emilia-Romagna, il 90% dei posti letto riabilitativi sono concentrati nella zona dell’Emilia. Anche l’offerta è ridotta e limitata: in Italia all’anno si possono ricoverare solo 70mila pazienti in degenza e 30mila in regime ambulatoriale. Le strutture coprono il 30% del fabbisogno dei pazienti che dovrebbero partecipare ai programmi riabilitativi.

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