In Italia la pressione fiscale ha raggiunto la percentuale ‘monstre’ del 42,1%. Il nostro Paese è settimo su 37, subito dietro all’Austria solo per uno 0,1% in meno di differenza. In vetta a questa classifica c’è la Francia (46%) seguita da Danimarca (44,9%), Belgio (44,8%), Svezia (43,9%), Finlandia (42,7%). Inutile dire che si tratta di Paesi che offrono servizi decisamente migliori rispetto a quelli che ricevono i contribuenti italiani. La media della pressione fiscale nell’area Osce è del 34,3%, mentre gli Stati Uniti, grazie alla ‘cura Trump', vantano una percentuale del 24,3% e l’Irlanda addirittura del 22,3%. Dopo l’introduzione della fatturazione elettronica, arrivano gli Isa (Indicatori Sintetici di Affidabilità fiscale) che andranno a sostituire gli studi di settore.

"Un nuovo strumento che in fase di applicazione ha messo in gravi difficoltà gli stessi addetti ai lavori, come le associazioni di categoria e i commercialisti; figuriamoci gli imprenditori. Insomma, ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale che rischia di tradursi, però, solo in un aumento dei costi legati alla burocrazia fiscale", osserva la Cgia di Mestre. E se qualche artigiano o imprenditore non ha potuto pagare entro il 18 novembre, lo Stato non sarà mica clemente e benevolo come dimostra di essere davanti alle proprie inadempienze. No, contribuente moroso avrà "una sanzione dell’1 per cento dell’importo da versare al fisco per ogni giorno di ritardo entro il 15° dalla scadenza".

E ancora: "La percentuale sale al 15 per cento se il pagamento viene effettuato entro il 90° giorno dalla scadenza. Per omesso pagamento o per versamento effettuato dopo 90 giorni dal termine previsto per legge, la sanzione sale al 30 per cento dell’importo da versare all’erario. Indipendentemente dal ritardo, sono altresì dovuti gli interessi legali pari allo 0,8 per cento dell’importo da pagare". Insomma, un vero salasso cui si può rimediare solo facendo il "ravvedimento operoso", a patto che si paghi sia l’importo omesso sia la sanzione (ridotta) e i relativi interessi. Entro il 2 dicembre, invece, i liberi professionisti e le piccole imprese hanno dovuto sborsare 28 miliardi per la seconda o unica rata degli acconti Irpef, Irap e Inps. Le grandi aziende, invece, hanno pagato la seconda o unica rata dell’acconto Ires e Irap.

Ora vediamo nel dettaglio quali e quante sono le tasse in Italia. Partiamo dall’Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) che consta di tre aliquote differenti: 4% (solo per i beni di prima necessità), 10% e 22%. Poi c’è l’Irperf (imposta sul reddito delle persone fisiche) che varia da un’aliquota del 23% fino al 43% per chi guadagna più di 75.000 euro annui. L’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), invece, che viene pagata dai detentori di partita Iva e ha un aliquota che va dal 4,25% al 8,50%, mentre l’Ires (Imposta sul reddito delle società) è al 33%. E poi ci sono le imposte comunali: Imu (tassa sulla casa), Tari (tassa sui rifiuti) e Tasi (servizi indivisibili). E ancora: il bollo auto, le imposte addizionali sull’energia elettrica, il canone Rai, l’imposta di bollo sui conti correnti, l’imposta di registro per i documenti, le accise sulla benzina, la Tobin tax (tassa su azioni e prodotti derivati). E per finire: tasse sui tabacchi, tasse aree, tassa di soggiorno, imposta di bollo, imposta ipotecaria e imposta catastale, ma anche imposta sulle pubblicità.

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