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Di cosa parliamo quando parliamo di sardine? Spero non la riedizione delle settimane trascorse in piazza nei passati decenni cercando di abbattere la sagoma di Berlusconi. O qualcuno sta forse suggerendo un possibile replay di un genere militante già visto e soprattutto scaduto? Forse, sarebbe il caso di fare tabula rasa dei pregressi, cercando di ricominciare tutto dall’anno zero. Delle sardine. Quando parliamo di sardine, dovremmo innanzitutto chiarire a noi stessi che la storia non si ripete, sperando ci sia almeno risparmiato l’ennesimo "attesissimo" film di Nanni Moretti o affini, pronto a certificare l’esistenza di un ideale cordone sanitario di anime belle e ragazzine giunte dai ceti medi riflessivi, sicure della propria purezza, pronte a fronteggiare ogni forma di illegalità del Palazzo. Già, se non è questa retorica... Quando parliamo di sardine, dovrebbe essere innanzitutto chiaro, molto semplificando, basterebbe una semplice ampia opposizione al nuovo golem della deriva autoritaria, Matteo Salvini, "Capitano" di se stesso. Costui, da posizione già minoritaria, secessionista, razzista, da creatura invisa per definizione alle creature del Sud, è tuttavia riuscito a ottenere un credito infine nazionale, formalizzando un linguaggio regressivo per il proprio ’68 di destra, a fronte dei partiti storici di sinistra e di centro svaniti nel nulla nel frattempo. Pensieri e parole disgustosi e insieme ammalianti, assodato che la semplificazione in politica paga tanto quanto il delitto. L’uomo, insomma, possiede il volto e il lessico idonei per andare alla riscossione del consenso. Quando parliamo di sardine, al di là di un loro possibile riscontro elettorale (certamente da offrire ad altri, forse al Pd?) basterebbe fare caso a un semplice dato, come dire, dinamico: le sardine come flusso "dal basso" (non chiamiamolo movimento, e soprattutto non facciamo simmetrie con i 5 stelle, un corpo eterogeneo, quest’ultimo, in grado di tenere assieme nei social sia i "Viva il duce!" sia gli "smile" di chi chiede più democrazia partecipativa), proprio un flusso di autoconvocati mossi dalla percezione e dal rifiuto della regressione in atto e in progress nello Stivale. Affermata da un blocco sociale e antropologico che muovendo dalla Lega del "prima gli Italiani!" giunge fino ai postfascisti in blazer "Davide Cenci" di Giorgia Meloni, e ancora sempre più giù fino alla manodopera a basso costo di CasaPound; senza dimenticare i singoli megafoni fiancheggiatori, le Maglie e i Capezzone, cari volti della armageddon sovranista, di fronte ai quali il compiacimento di Mattia Santori, faccina da Erasmus garantito, perfetta per diventare obiettivo di sarcasmo da chi non va oltre l’obiezione di "radical chic" perfino davanti a un iscritto al primo anno di pedagogia, svanisce nel nulla. Su questa strada appare altrettanto veniale la sua comunque imperdonabile presenza nel salotto di Fabio Fazio, nel senso che le sardine, ma questa è già una questione ulteriore, dovrebbero elaborare un proprio linguaggio che muova dal gioco e, se c’è, dalla propria fantasia. Oltre l’obiettivo iniziale dello stivaggio militante, il presidio "civile" che riempie l’ideale piscina delle piazze. Qualcosa che, appunto, si mostri un altrove lontano dalla memoria "fighetta" dei girotondi. Se Salvini incontra gli agenti di polizia penitenziaria, mostrando così un messaggio politico preciso, si spera che il portavoce delle sardine non scelga di ribattere andando a "Un giorno da pecora" compiaciuto come un lettore medio di Serra, Carofiglio e Murgia… Ma forse dalle sardine non si può pretendere nulla di più di tessere la propria rete nelle piazze, semplicemente esserci, come forza refrattaria alla proposta autoritaria in atto. Mostrando anche, si spera, inquietudine per un PD che magari ancora sogna di premiare il solito clubino della vocazione maggioritaria, i soliti volti, tutti romani, della narrazione veltroniana che ha desertificato la sinistra. Di cosa parliamo quando parliamo di sardine? Parliamo esattamente della ridefinizione di un campo, in una condizione emergenziale che vede la crescita delle destre, un magnete necessario a raccogliere un flusso umano in difesa delle conquiste civili, un flusso che mostri la presenza di coloro che non vogliono tornare indietro, coloro che trovano perlomeno risibile, metti, la Meloni che dice di sé: "Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana!" Grazie al cielo, qualcuno, sulla pagina Facebook "Basta buonismo" così ha provvidenzialmente aggiunto: "Ho una figlia al di fuori del matrimonio cristiano e ho potuto farlo grazie alle battaglie fatte da partiti (Pci, Psi, radicali e altri) che considerano le donne degne degli stessi diritti degli uomini, se fosse stato per la destra che rappresento, starei a casa a stirare". Quando parliamo di sardine, non dobbiamo pensare né a un partito, né immaginare che da esse possa o debba giungere una nuova classe dirigente per l’opposizione, e neppure nuove controfigure degne dei girotondi di vent’anni fa; quando parliamo di sardine dovremmo semmai fare ritorno a Pasolini che in "Preghiera su commissione" ci dice: "Caro Dio, liberaci dal pensiero del domani. L’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l’idea del domani; non solo, ma senza il domani, la coscienza non avrebbe giustificazioni". Quando parliamo di sardine, dovremmo immaginare soprattutto un sentire, e non il pessimo rumore di nuove cooptazioni per ulteriori carriere destinate ai figli dei ceti già garantiti; le sardine servano a mantenere il tessuto connettivo della democrazia davanti all’avanzare di una subcultura para-fascista che ha in odio la modernità stessa. Aria e pensieri nuovi, non nuove Serracchiani o nuovi Scalfarotto. E’ pretendere troppo?

FULVIO ABBATE

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