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Il conclave all'Abbazia del San Pastore non ha portato a una fumata bianca sul futuro dell'alleanza di governo: i dubbi dei dem riuniti a due passi da Greccio sono tutt'altro che sciolti e vengono enumerati dai dirigenti che si avvicendano sul palco. Il tema che continua a dividere, a oltre quattro mesi dalla nascita del governo, è ancora quello dell'alleanza con il Movimento 5 Stelle. Ma non solo: i dirigenti dem, Zingaretti in testa, indicano nella 'protezione sociale dalla povertà e dalla disoccupazione la chiave per favorire la crescita e restituire al Pd la sua vocazione. "Dobbiamo attivare tutte le forze in campo, quelle del governo e quelle della maggioranza. Ora è tempo di una vera fase 2".

Lo scontro sulla "subalternità" - Una vocazione che, tuttavia, non piace a dirigenti come quelli riuniti sotto le insegne di Base Riformista o Matteo Orfini. L'ex presidente dell'assemblea Pd, denuncia la subalternità del Partito Democratico rispetto al movimento di Luigi Di Maio. Ma il segretario Nicola Zingaretti non ci sta: "I dati di crollo della crescita e di aumento delle diseguaglianze mettono in crisi la democrazia. Ridando dignità alle persone salviamo la democrazia e rendiamo inutili gli slogan populisti. È questa la sfida, altro che subalternità"

E se Dario Franceschini definisce il governo un incubatore di alleanze, per Orfini l'unica cosa che il Pd "sta incubando in questo momento è il virus della subalternità". Una tendenza che indebolisce il partito e il governo stesso, e questo "non è di buon auspicio per l'esecutivo e la legislatura". Anche per Giorgio Gori, il rischio che si corre cercando l'alleanza con i Cinque Stelle a tutti i costi è quello di piegare il Partito Democratico al Movimento 5 Stelle: "Un conto è cercare l'alleanza nel nostro campo", avverte il sindaco di Bergamo, "altro è farlo in un campo che non è il nostro. Dobbiamo portare loro di qua e non andare noi di là". E il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca avverte: "Non omologhiamoci con percorsi di altri partiti che si rinnoveranno sotto la guida di Toninelli".

Protezione sociale e paternalismo - Sul tema, a lavori ormai conclusi, torna Andrea Orlando. Il vice segretario risponde ai M5s che si sono detti contrari "a un matrimonio" con il Pd. Nessun matrimonio, ribatte Orlando, "ma diciamo che per governare il Paese serve un'alleanza che abbia un progetto". E aggiunge: Ai nostri alleati dobbiamo dire una cosa semplice: o rinunciate all'antipolitica o la difficoltà di portare avanti questa esperienza di governo crescerà sempre di più". Il rapporto con gli alleati, tuttavia, non esaurisce il cahiers de doleance delle minoranze dem ed è ancora Matteo Orfini ad accusare Zingaretti e lo stato maggiore Pd di ricorrere a toni paternalistici quando si pone la protezione sociale come faro del partito: "Non mi convince questa idea, non possiamo essere solo il partito della protezione sociale. Attenzione a una visione paternalistica: noi non siamo per la protezione e basta. Noi siamo per l'emancipazione".

E alcune riserve sulla linea del segretario le muove anche Maurizio Martina per il quale l'azione del Partito Democratico non può esaurirsi con il lavoro all'interno del governo, ma deve andare oltre "recuperando l'ambizione di una proposta politica che vada al di là della mediazione: un partito viene votato non solo per quello che fa, ma anche per quello che vuole fare". Sul punto risponde il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, che dal palco spiega che "non c'è coesione e protezione sociale senza crescita e senza sviluppo".

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