Rai (Depositphotos)

Sono state velocemente dimenticate le parole critiche ed amare del Presidente della Repubblica sulla Rai nel discorso di fine anno. Osservazioni espresse con comprensibile cautela e tuttavia molto realistiche. L’ultima vicenda tragicomica delle nomine ci racconta la verità sulla crisi nera di viale Mazzini. In questione le nuove postazioni di coordinamento previste dal piano industriale e gli avvicendamenti nella direzione delle vecchie reti e testate. Anzi, testate no, perché nella antica concezione dell’informazione-propaganda i telegiornali valgono oro. Peccato che numerosi studiosi dei media abbiano sottolineato come contino di più nella formazione degli stili di vita e del consenso i programmi del cosiddetto “day time". Dove è cresciuta la strategia dell’ansia e della paura, base sottoculturale delle destre italiane. Ma la scelta dei direttori delle testate rappresenta un Risiko bulimico che ha attraversato tutte le stagioni della vita italiana. Poi, naturalmente, qualche proposta di nomina (maschile o femminile) nelle reti o nei “coordinamenti" sembra una giusta valorizzazione di protagonisti positivi del servizio pubblico. Parliamo di poche unità, isole in una strisciata che è ferma alla precedente maggioranza gialloverde o ad ere geologiche precedenti ed immutabili. Intendiamoci. La lottizzazione di ciò che rimane dei partiti è solo una parte del tutto. La crisi della politica ha rivitalizzato salotti, gruppi di potere, sistemi relazionali di varia natura. Il lungo trascinamento degli ultimi mesi ci avverte, però, che così l’azienda pubblica non può più funzionare. È al capolinea. E’ bene evitare di voltarsi dall’altra parte. Magari accontentandosi di popolare i talk. Ciò che risulta chiaro e ineludibile, infatti, è il fallimento della legge n.220 del 2015, voluta con assoluta determinazione dell’allora premier Matteo Renzi. Si voleva rendere la Rai una mera azienda di e nel mercato, con un amministratore delegato scelto dal governo e dotato di pieni poteri: secondo la terribile logica “post-democratica" del tempo. Per ottenere un simile risultato fu sovvertita una costante giurisprudenza costituzionale, la cui matrice fu disegnata dalla sentenza n.225 del 1974, prefigurazione della riforma dell’anno successivo: dove si attribuiva al parlamento e non all’esecutivo il ruolo di indirizzo e vigilanza. Linee condivise a livello europeo e persino fatte proprie dalla disciplina varata nel 2004 dall’allora titolare del dicastero competente Gasparri. Un colpo di mano, ma finito in un flop. Al di là di eventuali giudizi sulle persone, si è ben visto quanto sia solo formale la funzione accentratrice del “capo". L’autonomia dal mondo politico si è dimostrato solo uno slogan del populismo mediatico che ci ha avvolto fino alla nausea. Inoltre, l’assenza di autonomia è dimostrata dalla clamorosa sovrarappresentazione di Salvini, malgrado il citato Matteo non sia né vice-premier né ministro. Comunque, Lega e Fratelli d’Italia hanno la loro riserva nella seconda rete e nel Tg2. Pluralismo addio. Non solo. Tra breve si vota a livello regionale. Non pare proprio che la “par condicio" sia tutelata. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e la commissione parlamentare intervengono o l’interesse esclusivo è volto alle caselle del mosaico che conta? Soprattutto, nei seminari di riflessione e negli innumerevoli incontri di maggioranza se ne parla? Una modifica normativa volta a togliere anche societariamente le redini dal governo è urgente ed esistono progetti di legge già presentati. Si faccia qualcosa, prima che il servizio pubblico italiano si avvii verso il viale del tramonto. Senza gloria.

di VINCENZO VITA

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