L'eccellenza della ricerca italiana e la qualità dei nostri ricercatori non sono un fatto nuovo. È indubbio però, ed è anche positivo, che l’impresa del team tutto al femminile dello Spallanzani, che in tempi record è riuscito ad isolare il Coronavirus, abbia contribuito negli ultimi giorni ad accendere i riflettori su questo tema e la sua importanza. Sebbene i toni trionfalistici e gli applausi tributati alle tre ricercatrici e al Sistema Sanitario Nazionale siano più che meritati dobbiamo anche dirci che non sono sufficienti e rischiano di risultare stridenti, in un paese, il nostro, in cui al netto di poche azioni positive, non si è mai fatto abbastanza per sostenere la ricerca e valorizzarla, mentre arranchiamo costantemente nelle classifiche europee sulle risorse ad essa destinate. Una delle tre donne che hanno isolato il virus è Francesca Colavita, ricercatrice precaria, il cui rapporto di lavoro scadrà a novembre 2021.

La sua è la storia di troppe ricercatrici e ricercatori, medici, che vivono da anni questa condizione a causa dei sempre minori finanziamenti da parte dello stato e che spesso rinunciano a rimanere nel nostro paese, dove la stabilizzazione lavorativa in questo settore è poco più che una chimera. La sanità pubblica italiana e tutto il mondo della ricerca in Italia, d’altro canto, stanno in piedi proprio grazie al lavoro povero e precario di Francesca e altre lavoratrici e lavoratori come lei. Un paradosso insostenibile su cui abbiamo il dovere di intervenire con maggiore convinzione, perché un paese che si regge su ricercatori "a scadenza" non può che essere a sua volta un paese a scadenza.

Anche per questo, in occasione dell’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, avevo presentato un emendamento in cui si chiedeva di finanziare massicciamente il Fondo per il finanziamento ordinario delle università (FFO), per favorire un piano straordinario di assunzioni di ricercatori. Purtroppo non sono riuscito a far passare quella proposta, affossata all’ultimo miglio, ma la questione rimane intatta, in tutta la sua urgenza e vorrei dire anche in tutta la sua gravità (come testimoniano anche le dimissioni dell’ex Ministro Fioramonti che sul punto aveva misurato l’opportunità di restare o meno al Governo). Aver respinto le richieste di rafforzamento di questo asset è stato un errore a cui bisogna riparare velocemente. Ha ragione il Rettore della Statale di Milano Franzini, che in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico ha richiamato la politica a dare delle risposte, a rendersi conto che senza una strategia di investimenti sulla ricerca, il progresso, l’innovazione, l’intero paese, cito le sue parole, "diventa asfittico".

Non dovrebbe nemmeno essere questione di appartenenze, ma certo è che la maggioranza di cui faccio parte e questo Governo, per le ragioni di fondo che ne guidano, o dovrebbero guidarne, l’azione, per la storia e l’impegno dentro e fuori le istituzioni che hanno caratterizzato nel tempo molti di noi e le nostre battaglie, porta sulle spalle una responsabilità enorme che non può più essere elusa. Da tempo sostengo l’esigenza che abbiamo di determinare uno scatto in avanti dell’azione di Governo e di ripartire dalle questioni di fondo, da calare nell’ambito di una visione complessiva del paese e del suo futuro. Dove vogliamo portare l’Italia? Qual è il nostro orizzonte politico? Se davvero pensiamo che istruzione, sanità e ricerca siano elementi fondamentali per lo sviluppo e la qualità della vita dei nostri cittadini, allora è tempo di una decisa inversione di tendenza.

FRANCESCO LAFORGIA, SENATORE LIBERI E UGUALI