(foto depositphotos)

"C'era una volta Sergio Leone": questo il titolo della mostra dedicata al celebre regista a Roma in occasione dei trenta anni dalla sua morte e dei novanta dalla nascita. L'esposizione, all'Ara Pacis, resterà aperta fino al 3 maggio in omaggio a uno dei miti assoluti del nostro cinema. Foto di scena dei film, dietro le quinte, sul set, materiali d'archivio della famiglia costituiscono il materiale di un viaggio nella vita di un cineasta entrato nella leggenda. Fanno da sfondo all’esposizione le musiche che hanno accompagnato i suoi film e i rumori che li hanno resi vitali. Così Roma, città dove nacque nel 1929 e dove morì nel 1989, ricorda una delle menti migliori del cinema italiano del Novecento. Figlio di un regista del cinema muto, originario della provincia di Avellino e di una attrice, Leone nacque in una casa lungo la scalinata di Viale Glorioso dove ora è affissa questa targa: "Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile, ma sincero. Come i bambini della scalinata di Viale Glorioso". Entrato nel mondo del cinema giovanissimo, come direttore della seconda unità o assistente regista, partecipò a quel momento glorioso in cui Cinecittà era chiamata "La Hollywood sul Tevere". La sua prima regia fu fortuita: sostituì Mario Bonnard, colpito da una malattia, alla direzione della pellicola "Gli ultimi giorni di Pompei", al quale aveva collaborato alla sceneggiatura. Tuttavia, ufficialmente, nei titoli di testa la direzione venne assegnata a Bonnard. Quindi il suo esordio ufficiale viene fissato nel 1961 con "Il colosso di Rodi", prodotto a basso costo che però assomigliava ai kolossal hollywoodiani. Nonostante alla fine della carriera i suoi film risultino solo sette, Leone ha segnato il genere western con elementi di marcato realismo, con personaggi che sembrano veri, sporchi, dannati, con la barba, antieroi spostasti alla fine del mondo. I suoi film diretti tra il 1961 e il 1984 hanno così segnato la storia del cinema mondiale. In venti anni Leone portò sullo schermo delle pellicole rimaste eterne: "Per un pugno di dollari", "Per qualche dollaro in più", "Il buono, il brutto e il cattivo", "C’era una volta il West", "Giù la testa" e "C’era una volta in America". Registi come John Hoo, Martin Scorsese e Quentin Tarantino hanno dichiarato che si rifanno a lui nel modo di dirigere il set. La mostra "C’era una volta Sergio Leone", richiamando il titolo del suo film più noto, è sbarcata a Roma da Parigi dove venne esposta alla Cinemathèque francaise, co-produttrice dell'allestimento romano insieme alla Fondazione Cineteca di Bologna. All'Ara Pacis la mostra si è allargata con oggetti e immagini nuove che testimoniano un periodo in cui il cinema italiano era conosciuto e distribuito in tutto il mondo. A Sergio Leone, oltre all’invenzione del sottogenere "spaghetti-western", si deve la nascita della Leone Film Group, una delle distribuzioni più importanti nel nostro Paese. Riscrivendo in Sopra, la locandina della mostra. In basso, il regista durante le riprese di "C’era una volta il West" modo personale il genere western, trova il suo culmine nel progetto di una vita, il film "C’era una volta in America". A questo avrebbe dovuto seguire un altro grande e colossale affresco cinematografico dedicato alla battaglia di Leningrado, del quale rimangono, purtroppo, solo poche pagine scritte prima della sua scomparsa. "Ettore, Achille, Agamennone non sono altro che gli sceriffi, i pistoleri e i fuorilegge dell’antichità" diceva Sergio Leone. E lo diceva per richiamare il valore del mito, fondamentale nella lettura e nella scrittura del cinema. Dal mito alla favola il passo per lui fu breve: le sue storie in fondo erano leggende per grandi e piccini fatte di praterie e pistole, duelli e inseguimenti, focalizzate molto su lunghi silenzi che gli venivano dal lavoro del padre, gesti, sentimenti, sguardi. La mostra è suddivisa in più sezioni: Cittadino del cinema, Le fonti dell’immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado Sergio Leone e oltre, dedicata all’ultimo progetto incompiuto e L’eredità Leone. Grazie ai preziosi materiali d’archivio della famiglia Leone e di Unidis Jolly Film i visitatori possono osservare da vicino lo studio di Sergio, lì dove nascevano le idee per il suo cinema; possono immergersi nei suoi film attraverso modellini, scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili. Possono anche lasciarsi coinvolgere dalle parole di Ennio Morricone, amico di infanzia di Leone, da un estratto del documentario che sta girando Giuseppe Tornatore. E godere della magia del cinema e della musica attraverso il pianoforte che si trovava a casa Leone, là dove Morricone si sedeva e faceva sentire le musiche pensate per i suoi film. Nelle varie sale che compongono la mostra ritroviamo anche le pistole usate nei film, il mantello di Clint Eastwood indossato per Il buono, il brutto, il cattivo, gli abiti usati da Claudia Cardinale. E non mancano le foto con un Carlo Verdone agli esordi, perché Leone fu il produttore dei suoi primi film. E di Verdone c’è anche un video che regala alla mostra un tocco di nostalgia e di risata. Nell’esposizione riecheggiano anche echi del padre, regista nell'epoca d'oro del muto italiano, che scelse lo pseudonimo di Roberto Roberti. Sergio gli strizzò l'occhio quando firmò la regia di "Per un pugno di dollari" con lo pseudonimo anglofono di Bob Robertson.

MARCO FERRARI

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