Non si tratta di una battaglia, tanto meno di una guerra. Fra alleati, poi… Il fatto è che sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni sono inevitabilmente, e non da oggi impegnati in una competizione che viene da lontano nel senso dell’oggettiva diversità fra i due, ma si sviluppa, questa diversità, all’interno di un quadro tanto più in movimento quanto meno lo è l’agire meloniano sulla scena. Non solo, ma le recenti prove elettorali e i diversi sondaggi segnalano un costante aumento dei consensi alla Meloni che, sia pure in una tenuta sostanziale salviniana, non possono non costituire un irresistibile richiamo alle rispettive possibilità e alla gara che ne deriva.

Su questo sfondo, nel quale le diversificazioni fra i due nascevano da storie completamente diverse, si sono anche verificate due curve sia politiche che ideologiche progressivamente distanti eppure competitrici nello stesso ambito di un’alleanza nella quale il consenso a Salvini ne ha certificato la quantità (fino ad ora), ma nel medesimo tempo ha spinto la Meloni in una direzione diversa verso un moderatismo premiante ma anche convincente in una fase in cui l’esasperazione dei toni sta comportando una decrescita vistosa pentastellata sommata alla non praticabilità e negazione della stessa politica predicata da Beppe Grillo and company, cui sta seguendo la inevitabile vendetta della politica tout court.

Del resto, dalla vicenda anche giudiziaria di un Salvini su cui lo stesso ha impostato, continuandola, una campagna elettorale di sfida con eccessi che a Milano definiscono da baùscia, cioè da sbruffone – giudiziosamente criticati dalla Bongiorno – la rotta fra i due ha assunto, anche visivamente, cammini diversi e in un certo senso opposti giacché la recente visita della Meloni negli Usa contiene un significato a livello internazionale, già segnalato mesi fa, ma ora quasi scolpito dalla benedizione da parte di rappresentati del potere statunitense per una leader che riempie il vuoto berlusconiano nell’ambito vasto del nostro moderatismo.

Lo stesso Salvini, ma soprattutto Giancarlo Giorgetti, stanno ora correggendo la rotta guardando verso il centro accreditandosi presso i moderati e guardando al traguardo di Palazzo Chigi, ma l’impressione di non pochi osservatori è che le chance più favorevoli appartengano al numero uno di Fratelli d’Italia la cui credibilità appare per certi aspetti più accolta di quella salviniana soprattutto su temi e significati come Patria e Nazione la cui scoperta da parte della Lega che fu del Dio Po è assai recente mentre per la Meloni è un credo che viene da lontano, storicamente da An ma in una trasformazione up to date, in linea con i tempi, molto più moderata e accessibile al largo pubblico, eppure sempre coerente con quello slogan programmatico "Io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana" che la pone in una luce di credibilità migliore rispetto al salviniano e recentissimo "Prima gli italiani", laddove quel prima sottolinea, non volendo, proprio la primazia meloniana.

Non solo, il richiamo che anche la nuova Lega ha avuto nei confronti della Patria & Nazione, da sempre nella storia e nella politica della Meloni, vuole confermare la svolta ma, al tempo stesso, impone lo stesso principio di credibilità non solo e non tanto rispetto agli antichi riti bossiani per santificare e praticare il leggendario "Prima il Nord!", quanto soprattutto nei riguardi della personalità dell’ultimo Salvini e alle sue scelte in riferimento, tra l’altro e specialmente, a quella dello scorso anno per un’alleanza di governo con il M5S nel corso della quale il giustizialismo populista di Luigi Di Maio trovava una sponda favorevole salviniana nella controriforma giustizialista proprio di quella prescrizione che mette ora a rischio Giuseppe Conte che la approvò e che oggi non può non difendere, al di là della sue clamorose giravolte.

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