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La fenformina, un farmaco utilizzato in passato come antidiabetico insieme alla più conosciuta metformina, ha la capacità di bloccare lo stato di avanzamento del medulloblastoma, il tumore maligno del cervello più comune in età pediatrica, e lo fa "caricando" le cellule malate. Lo ha dimostrato uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università La Sapienza di Roma, dell'Istituto Pasteur Italia e dell'IIT-Istituto Italiano di Tecnologia, coordinati da Gianluca Canettieri. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports, mentre lo studio è stato sostenuto dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, dall'Istituto Pasteur Italia - Fondazione Cenci Bolognetti e dall'Istituto Italiano di Tecnologia. Provocato da mutazioni del Dna, il medulloblastoma si forma nel cervelletto, l'area del sistema nervoso situata alla base del cervello e deputata al controllo dell'equilibrio e della coordinazione dei movimenti. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di poco superiore al 60 per cento e finora non sono state identificate strategie efficaci per la prevenzione. Ora i ricercatori italiani propongono l'utilizzo della fenformina. Finora l'azione terapeutica di questo farmaco è stata poco chiara alla comunità medico-scientifica. Il lavoro del gruppo romano ha svelato il meccanismo biochimico alla base dell'azione della fenformina. Questa molecola agisce infatti su una sorta di interruttore cellulare denominato mGPD, presente nei mitocondri, attivando un'alterazione dello stato di carica elettrica interno alla cellula tumorale. Questa alterazione elettrica, a differenza di quanto accade nelle cellule sane, determina una inibizione della crescita tumorale. Questo significa che la fenformina agisce come una batteria al contrario: "carica" le cellule tumorali, per spegnerle. Finora era opinione comune, nella comunità scientifica, che questo farmaco agisse "soffocando" e "affamando" il tumore, ovvero agendo sui meccanismi della respirazione cellulare. Per la prima volta si dimostra invece che il meccanismo più verosimile sembra essere quello di una "batteria al contrario". "Ciò che avviene nella cellula trattata con la fenformina è un processo di ossidoriduzione, ovvero un fenomeno simile a ciò che accade quando ricarichiamo le pile con il carica-batterie: aumentiamo la presenza di cariche elettriche dentro la cellula. Ma le cellule tumorali hanno delle pile che, una volta ricaricate, avviano un processo che le porta a rallentare la crescita", afferma Gianluca Canettieri, ricercatore de La Sapienza e coordinatore dello studio. "Inoltre, pur avendo effettuato i nostri studi sul medulloblastoma, riteniamo che questo meccanismo di ricarica-spegnimento sia efficace anche per altri tumori, come mostrano alcuni nostri dati recenti", aggiunge. "Queste osservazioni ci spingono a focalizzare i nostri studi futuri nella messa a punto di nuove strategie antitumorali basate sull'uso di farmaci o, addirittura, di specifici alimenti in grado di aumentare lo stato ossidoriduttivo cellulare, ricaricando le batterie antitumorali", aggiunge Laura Di Magno, giovane ricercatrice che ha svolto il suo lavoro al Centro IIT di Roma e prima autrice del lavoro. "Inoltre, se futuri studi clinici valideranno le osservazioni pre-cliniche, la fenformina stessa potrebbe rappresentare una nuova arma efficace contro alcuni tumori, tra cui quelli cerebrali", aggiunge. Si ipotizza dunque l'esistenza di cibi e integratori che siano in grado di aumentare lo stato di ossidoriduzione delle cellule, ma al momento si tratta solo di un'ipotesi in fase di approfondimento. Prosegue quindi il lavoro di ricerca del gruppo, a cui potrebbe seguire l'applicazione clinica. Fino a questo momento lo studio dell'evoluzione del tumore è stato condotto in cellule e animali di laboratorio, offrendo una prospettiva anche per l'applicazione negli esseri umani.

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