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Siamo in guerra; una dura guerra, combattuta contro un nemico invisibile e che, per questo, si sottrae ad ogni possibilità di controllo. Sono affermazioni che vengono ripetute spesso in questi giorni e che fotografano, purtroppo, la drammatica situazione nella quale viviamo. Ma a renderla ancor più angosciosa concorre la preoccupazione per il "dopo", la sindrome del "day after" poiché ben sappiamo che il "coronavirus" lascerà dietro di sé una gran quantità di macerie economiche e non solo. Nella nostra storia abbiamo affrontato emergenze altrettanto drammatiche. Pensiamo a come l'Italia era ridotta dopo la fine della seconda guerra mondiale. Eravamo letteralmente stremati. Tutto era da ricostruire; l'inflazione, pesantissima, aveva fatto lievitare di venti volte i prezzi; le vie di comunicazione erano interrotte. In queste condizioni ogni possibilità di ripresa sembrava impossibile. Il processo di ricostruzione si avviò, dunque, nella peggiore condizione possibile. Eppure l'impresa ebbe successo. La gente si rimboccò le maniche; gli italiani si impegnarono, tutti insieme, prescindendo dalle rispettive appartenenze politiche, guidati da una classe politica di eccezionale valore. Ci vengono alla mente uomini come Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Ezio Vanoni è anche a coloro che erano schierati all'opposizione, come Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Furono uomini di questo calibro e altri come loro che consentirono al nostro paese di realizzare quello che fu definito "il miracolo italiano", inserendoci tra le nazioni più sviluppate del mondo. Pensiamo all'oggi. È giusto, in questo momento, concentrare gli sforzi su come fronteggiare la drammatica impasse nella quale ci troviamo. Ma non è forse fuori luogo pensare a quel che ci aspetta in un domani che comunque speriamo non lontano. Riuscirà l'attuale classe politica a emulare l'operato dei governanti del dopoguerra? A rinnovare, cioè, il "miracolo" che l'Italia riuscì a compiere agli inizi degli anni Cinquanta? In più di un'occasione abbiamo citato il vecchio adagio di Pietro Nenni secondo cui la politica (come le idee) cammina sulle gambe degli uomini. Come non chiedersi, dunque, mettendo a confronto la classe politica che fu protagonista della ripresa postbellica con quella attuale, se quest'ultima sia in grado di rinnovare la straordinaria impresa che fu allora compiuta? Ed è qui - dobbiamo dirlo in tutta franchezza - che nascono le nostre perplessità, le nostre incertezze, i nostri timori. Abbiamo detto - e lo ripetiamo - che Giuseppe Conte ha fatto tutto ciò che era in suo potere per far fronte alla situazione. Stando ai sondaggi oltre il 70% degli italiani ha apprezzato il suo operato rivelando quanto inopportune, scriteriate e strumentali siano gli attacchi dell'opposizione o, quantomeno, di una parte di essa che è giunta addirittura, in un momento come quello attuale, a chiederne le dimissioni (ed è sorprendente - sia detto per inciso - che gli stessi italiani che esprimono il loro consenso per quel che Conte sta facendo, si schierino, stando sempre ai sondaggi, con i suoi contestatori). Ma resta, angoscioso, il dubbio sulla capacità della nostra classe dirigente nel suo complesso (di destra, di sinistra o di centro poco importa) sia in grado di gestire un'opera di ricostruzione che richiede competenza, rapidità di interventi, superamento di quelle pastoie burocratiche nelle quali il nostro paese è sprofondato.

OTTORINO GURGO

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