La capitalizzazione di borsa della Apple supera $1,5 trilioni (migliaia di miliardi)— più della somma dei valori di una dozzina delle principali aziende petrolifere, a partire dalla ExxonMobil, la più grande delle "majors", che vale meno di $200 miliardi. Per ora, iPhone e Apple Watch valgono più del settore petrolifero. Uno dei più importanti fenomeni geopolitici degli ultimi decenni è stata l’introduzione del fracking—una tecnica d’estrazione petrolifera che ha trasformato gli Stati Uniti dal maggiore importatore di idrocarburi del mondo al massimo produttore, liberandosi dal ricatto della produzione Medio Orientale. La reazione del Paese all’attacco alle Torri Gemelle del 2001—di netto stampo saudita, 15 dei 19 uomini del comando erano cittadini di Riad—è stata di aggredire l’Afghanistan e l’Iraq. C’entravano poco (gli afghani) o niente (gli iracheni), ma gli Usa dovevano pur compiere una vendetta—però, non contro l’Arabia Saudita, all’epoca ancora il fornitore chiave dell’energia che faceva girare l’economia statunitense.

Liberi dalla penuria petrolifera, gli Usa si sono dati— anche se non è la percezione comune—una nuova priorità in politica estera: tentare (finora in modo molto scombinato) di tirarsi fuori dal Medio Oriente, dove la forte presenza è ormai un pericoloso e costoso fardello, non più una necessità assoluta. Il problema era ed è che gli americani non possono semplicemente togliere le tende e scomparire. Prima bisogna mettere ordine—anche perché, seppure gli Usa non abbiano più bisogno di quegli idrocarburi, non si può dire lo stesso dei paesi consumatori dei prodotti americani nel mondo, in Europa soprattutto, ma anche nell’Asia. Inoltre, qualcuno deve pur fare da "sceriffo" laggiù, e i due candidati ovvi per il ruolo—l’Arabia Saudita e l’Iran—non sono ad oggi interlocutori affidabili.

Il tentativo Usa di inserire l’Iraq nel novero—attraverso una bizzarra e confusa azione di "nation building"—si è rivelato un disastro. Malgrado l’andamento delle sue azioni, non è vero che Apple—con i suoi prodotti stilosi, ma non strettamente necessari—valga di più della base energetica delle economie mondiali. La borsa non misura il valore assoluto delle cose, ma solo la capacità di generare un ritorno sui capitali. Per ora, c’è troppa disponibilità di petrolio, al punto che recentemente alcune qualità di greggio—West Texas Intermediate e Brent—hanno brevemente toccato quotazioni negative. Il collasso dei prezzi petroliferi ha inoltre messo in crisi nera il fracking, che ha costi d’estrazione alti.

Il grafico in alto traccia il numero di pozzi fracking attivi negli Usa, in caduta verticale dall’inizio dell’anno. La crisi Covid è andata a toccare un intero sistema già traballante, non solo gli Stati Uniti. L’economia russa è altamente dipendente dagli idrocarburi, i governi dei paesi produttori sopravvivono grazie alle sovvenzioni alle popolazioni rese possibili dagli introiti petroliferi. La Cina, teoricamente avvantaggiata dai bassi costi energetici, non potrà prosperare se evapora il mercato estero per le sue cineserie. Sono state date delle carte geopolitiche completamente nuove, carte che nessuno sa per ora giocare. È nota l’antica pratica della marina borbonica di far ammuina: agitarsi energicamente a vuoto per generare un simulacro d’azione intelligente. Lo fanno anche gli stati quando non sanno che pesci pigliare...

James Hansen

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