Angela Merkel (Depositphotos)

L’emergenza Covid-19 aveva già confermato un dato di fatto: la leadership di Angela Merkel in Germania e, soprattutto, in una Ue travolta da una crisi sanitaria, economica e politica senza precedenti. Ora il ruolo di Merkel sarà istituzionalizzato dal semestre di presidenza tedesca del Consiglio della Ue, inaugurato lo scorso 1 luglio dopo i sei mesi di «battesimo» della Croazia alla guida dei 27. L’ultima volta della Germania alla presidenza era stata nel 2007, un anno prima che la Ue e il resto del mondo finissero in balìa della crisi che ha fatto scricchiolare l’integrazione comunitaria. Oggi Berlino si trova a gestire uno dei semestri più turbolenti della storia Ue, tra strascichi del Covid, crollo dell’economia, l’incognita della Brexit e le derive autoritarie nell’Est Europa.

Una congiuntura così ostica da costringere la «locomotiva tedesca», spiega Beda Romano, a vincere le sue ritrosie e assumere leadership strategica per traghettare i 27 fuori (e oltre) una delle fasi più critiche della costruzione comunitaria. Sì, ma come? La portata delle sfide richiede un piano ambizioso, ben oltre la scadenza naturale di dicembre. Berlino ha rispettato le attese. Nel «pacchetto» per il semestre Ue, analizzato da Isabella Bufacchi, la Germania ha incluso misure che vanno dall’emergenza sanitaria alla gestione dei flussi migratori, passando per il divorzio di Londra dalla Ue e la difesa dello stato di diritto. La prima urgenza è quella ribadita a più riprese dalla stessa Merkel: approvare «entro l’estate» il cosiddetto Fondo per la ripresa, il piano da 750 miliardi di euro per il rilancio dell’economia europea dopo il terremoto del Covid.

Uno scoglio che potrebbe essere superato (o meno) già nel vertice del 17-18 luglio, il primo in presenza dopo mesi di video-negoziati. Il resto del programma insiste su una lunga serie di obiettivi come l’aumento di produzione di farmaci nella Ue, nuovi meccanismi di solidarietà, la riforma del sistema di asilo, le trattative sui rapporti commerciali nel dopo-Brexit (con il rischio ormai tangibile del no-deal), la rivoluzione sostenibile del Green new deal e un rafforzamento della Ue nello scacchiere geopolitico globale. L’agenda è già abbastanza fitta. La sua attuazione, ovviamente, sarà tutt’altro che immediata. Il via libera al fondo per la ripresa deve passare per il placet dei «paesi frugali», come i cugini dell’Austria, ostili a qualsiasi processo di mutualizzazione del debito.

La riforma del sistema di asilo è un’incompiuta storica della Ue. La china autoritaria dell’Est Europa, su tutti Ungheria e Polonia, richiederebbe un approccio meno altalenante di quello adottato finora dalle istituzioni. Gli Usa di Donald Trump sono un «partner» incostante e la Cina un concorrente problematico, in quadro di crisi sempre più acuta del multilateralismo. L’Europa avrebbe bisogno di una guida salda per restare a galla e, magari, sbloccare limiti precedenti al Covid. Merkel sembra essere l’opzione adatta. O, più che altro, l’unica.

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