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Quando l’arcivescovo di Buenos Aires alla vigilia del conclave 2013, secondo un’abitudine coltivata e mai venuta meno durante i soggiorni romani, percorse il tratto breve tra il residence del clero, in cui alloggiava, e la chiesa di San Luigi de’ Francesi, per immergere lo sguardo nell’affresco, ivi custodito, di Caravaggio, non immaginava certo che il dipinto, così rappresentativo e riepilogativo del suo passato (la vocazione di Bergoglio ha origine notoriamente il 21 settembre del ’53, festa della conversione di Matteo), gli stesse anticipando in qualche modo il futuro imminente: anch’esso ravvicinato, sull’altra riva del Tevere. Anch’esso ambivalente, tra le luci e le ombre di una ciclica, cronica Vatileaks. E ancora: che il bagliore della trasparenza, quintessenza del suo mantra riformatore, avrebbe incontrato tanta resistenza lungo il cammino. Al punto che dopo sette anni, a fronte di una nebbiosa, estenuante operazione immobiliare sul Tamigi, avviata nel 2013, e dell’odierno, impetuoso commissariamento della Fabbrica di San Pietro, "per fare chiarezza sull’amministrazione", la luce illumina solo metà del quadro e dei suoi protagonisti. Proprio analogamente a ciò che accade sulla tela. Predisponendo a un sequel e gallery dalle conseguenti, costanti sorprese. Simbolo di un periplo di riforme incompiute. Nel pieno di una traversata, e battaglia navale, che zigzagando ha fin qui macinato miglia e doppiato boe, toccato approdi e sbrogliato nodi, ma rimane tuttora in mezzo al mare. L’immagine dei compagni di "banco", anch’essi contabili o esattori, che invece di restare folgorati, alla stregua di Levi, dallo sguardo indagatore, rivelatore di Cristo, persistono segnatamente a tenere le mani e il capo chino, fermo sui soldi, assurge infatti a emblema di un paesaggio densamente popolato, quanto meno intensamente frequentato dai broker e dai raider, da mediatori ed affaristi. Alcuni professionisti competenti. Altri semplicemente intraprendenti. Comunque in maggior parte indifferenti alle ragioni e "ragione sociale", sui generis, dell’interlocutore. Una genia che il cardinale australiano George Pell, superministro insediato da Francesco e subito insidiato dall’entourage, con l’epiteto di ranger e di zar - prima di venire coinvolto, travolto, infine assolto tra Melbourne e Canberra in un processo infamante per abuso su minori -, avrebbe voluto sostituire con manager e advisor alto retribuiti e a lui devoti. Vincendo i tabù e amministrando i beni temporali come una holding, che investe o disinveste in maniera unitaria e centralizzata, conforme agli algoritmi e ai dettami di mercato, nell’era dell’economia finanziarizzata. Dimenticando tuttavia che la Chiesa, sebbene si trovi a gestire quotidianamente mobili e immobili per miliardi di dollari, permane un soggetto sovrano, internazionale, necessitato a comportarsi e agire con le mosse, e casse, spesso riservate, di una grande potenza. Contemperando rendita politica ed economica. Convenienza pecuniaria e influenza planetaria. Lo scontro senza precedenti tra le due stanze, e istanze, statalista e aziendalista, rispettivamente arroccate in Terza Loggia del Palazzo Apostolico e Torre di San Giovanni delle Mura Leonine, è andato in scena nel 2015 - 2016, quando le due "Segreterie", di Stato e dell’Economia, si sono scambiate una serie di affondi mediatici, polemizzando en plein air e sancendo il passaggio da Vatileaks a Vaticlash, dalla guerra dei documenti trafugati a quella dei pronunciamenti e dei comunicati. Un duello al sole: dove il casus belli discende dal tentativo di Pell, attuato con blitzkrieg e proverbiale, pachidermica determinazione di elefante da cristalleria, di accentrare in un VAM (Vatican Asset Management) la gestione–valorizzazione dell’argenteria di famiglia. Demandando altresì lo screening e ispezione delle contabilità interne (in Vaticano un centinaio di enti avevano bilanci autonomi) ai consulenti esterni di PricewaterhouseCoopers: incluso l’Obolo di San Pietro, amministrato da un apposito ufficio della Segreteria di Stato e impiegato per l’acquisto dal finanziere Raffaele Mincione dell’immobile londinese di prestigio, antico magazzino di Harrod’s, che catalizza oggi l’attenzione dei giudici e domani degli storici, al numero 60 di Sloane Avenue, tra Chelsea e South Kensington, eletto a crocevia del pontificato di Bergoglio e dello sforzo, impervio, di razionalizzare l’uso delle risorse. Un big bang apparentemente fuori controllo. In realtà, se ben guardiamo, un conflitto programmato. Una bomba di profondità celata e calata tra le righe del Motu Proprio, nonché "moto sismico" e scossa originante, Fidelis Dispensator et Prudens: il quale istituendo nel 2014 un regime unico al mondo con due "primi ministri", Parolin e Pell appunto, titolati ambedue a riportare direttamente al Papa nelle rispettive materie, solo teoricamente separate ma sovente sovrapposte, quali economia e diplomazia, poneva le premesse telluriche di una disputa di competenze. Attuando la vera riforma della curia e il mandato recondito del conclave: riconducibile, al di là del mero riassetto dei ministeri, alla redistribuzione, articolazione, moltiplicazione antagonistica dei poteri, che si controllano e bilanciano a vicenda. "Il conflitto non può essere ignorato, deve essere accettato", scandisce Francesco serafico in Evangelii Gaudium, magna carta del pontificato. La istituzionalizzazione dialettica dei conflitti, opportunamente canalizzati e fatti emergere, costituisce nella sua lettura l’unico antidoto alle lotte clandestine barra intestine. Come pure alla corruzione, che a suo giudizio – si tratta di uno degli aspetti più caratterizzanti ed estremizzanti del pensiero di Bergoglio - di per sé non configura una devianza e patologia bensì una tendenza e fisiologia medesima del potere. E’ questa dunque la faglia originaria: che ha portato a collidere dapprima le placche tettoniche dei due superdicasteri e successivamente attraversato i loro stessi apparati. Dopo avere amputato le prerogative della Segreteria per l’Economia, con il dietro front e summa divisio (Motu Proprio del 4 luglio 2016 su "I beni temporali") tra controllo e gestione, il terremoto sta toccando e intaccando il sancta sanctorum della Segreteria di Stato: dalla perquisizione dell’Ufficio Amministrativo, nell’ottobre 2019, al licenziamento, in coincidenza con il 1° maggio 2020, festa di San Giuseppe Lavoratore, di cinque dipendenti, alcuni dei quali eccellenti, da Don Mauro Carlino, già Segretario dell’Arcivescovo Becciu, a Tommaso Di Ruzza, Direttore dell’AIF. Proseguendo con il sequestro dei conti svizzeri dell’Obolo di San Pietro e l’arresto in giugno del broker Gianluigi Terzi, subentrato a Mincione. "E la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori. Da fuori, è successo tante volte. Ci hanno detto, "Guarda …", e noi con tanta vergogna … Ma in questo Papa Benedetto è stato saggio: ha cominciato un processo che è maturato e adesso ci sono le istituzioni. Che il Revisore abbia avuto il coraggio di fare una denuncia scritta contro cinque persone …: sta funzionando il Revisore". Dall’epicentro dello shopping londinese, a seguito della doppia denuncia del Direttore dello IOR, Mammì, e del Revisore, Cassinis Righini (calmo e implacabile, a metà tra Robert Langdon e Raffaele Cantone), il sisma si è propagato in crescendo nel Palazzo Apostolico e ha provocato la fusione del nocciolo del "reattore" curiale, scindendone il nucleo e spezzando l’asse istituzionale tra il Segretario di Stato e il Sostituto - indipendentemente dalla personalità di coloro che nel frangente ricoprono i ruoli -, assimilabili a un Premier e a un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: univoci nello scontro con Pell ma distonici sulla conduzione dell’affaire di Sloane Avenue, "opaca" nel giudizio di Parolin ("Accuse infanganti", ha replicato Becciu a stretto giro). Una reazione a catena che ha reso inesorabilmente radioattivo anche il rapporto tra quest’ultimo e il suo successore da Ferragosto 2018, il venezuelano Edgar Peña Parra. Mentre le nuove istituzioni quindi "funzionano" e si consolidano, altre, onnipotenti un tempo, si ridimensionano, installando de facto la "app" della divisione dei poteri sull’hardware millenario della curia e conseguendo, per via traversa e controversa, l’ obiettivo di drastica revisione del centralismo-verticismo della Segreteria di Stato: citata peraltro in giudizio da Mincione, innanzi all’High Court of Justice d’Oltremanica. Gesto spartiacque, irriverente, di reminiscenza e ambientazione scismatica, tudoriana, che marca un ulteriore step di omologazione, trattando alla pari con la Sede Apostolica e trascinandola nell’agone della vertenza ordinaria, routinaria, come un qualunque partner d’affari. "E la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro": profezia pregnante. La crescita graduale di status e la pressione "ascensionale", sinergica del Promotore di Giustizia (il PM del Papa) e delle autorità finanziarie interne ha finito infatti per sollevare il più noto, pesante, pensante "coperchio" della cristianità: con l’ombra di presunte irregolarità che si proietta sui lavori di restauro della cupola di Michelangelo, determinando catarsi e commissariamento della Fabbrica di San Pietro, in data significativa, 29 giugno, solennità dell’apostolo. Va intanto in archivio il Vam, acronimo di vaghe assonanze automobilistiche con il quale anni fa, nel luglio 2014, fu annunciata solennemente la costituzione di un organismo "in cui spostare gradualmente la gestione del patrimonio, al fine di superare la duplicazione degli sforzi in questo campo". Un prototipo di world-car assai somigliante in vero e ascrivibile alla tipologia di un fondo sovrano, moderno vettore in uso ai monarchi del XXI secolo per muoversi tempestivamente, speculativamente sui mercati mondiali. Meglio disporre in definitiva di una propria centrale d’investimenti, aveva sostenuto Pell, che affidarsi ai fondi altrui – quali l’Athena Capital, iniziale proprietario dell’edificio di Chelsea - allergici ai limiti e divieti di transito imposti dalla dottrina sociale della Chiesa. Un orientamento che Francesco sta recuperando e facendo però proprio solo in parte, optando sì per l’accentramento, ma delegandolo a un dicastero (l’APSA del meridionalista Nunzio Galantino, l’Abate Genovesi dei giorni nostri, nemico degli epigoni di Adam Smith e teorico di una "Economia Civile" da Terzo Millennio, supportato dal "mobiliarista" romano, con esperienza internazionale, Fabio Gasperini, testé nominato segretario dell’ente), anziché a una finanziaria: con un approccio statalista e solidaristico piuttosto che algoritmico e aziendalista. Nel frattempo la nuova indagine penale, condotta negli uffici pluricentenari della Fabbrica di San Pietro – meno importante, politicamente, però altrettanto e forse perfino più simbolica metaforicamente della Segreteria di Stato - aggiunge eco al protagonismo dei PM vaticani, sulla scia del clamore suscitato dall’arresto il 5 giugno del broker Gianlugi Torzi, trattenuto con mandato di cattura e rilasciato in libertà provvisoria dopo una decade, previa stesura di una lunga memoria difensiva. Interventi che in questa estate bollente del 2020 segnano e accompagnano una metamorfosi nell’immaginario collettivo: nella cui percezione il pontificato "di pulizia" diventa un pontificato "di polizia". Evoluzione probabilmente inevitabile, stante la varietà e vastità delle ipotesi corruttive, diversificate, divaricate che insorgono sull’asse Roma - Londra. Dallo schema fisso e nepotistico degli appalti senza gare, aggiudicati sempre ai soliti noti, a quello fluido ed affaristico degli acquisti senza rete, spregiudicati e gestiti da ignoti. E ogni caso, a monte delle opacità e del dolo, che dovranno essere chiariti, e provati, davanti a un tribunale, sussiste un nodo evangelico, logico e teologico, da dirimere-redimere al cospetto della pubblica opinione: se cioè la Chiesa del Pontefice francescano, che invoca in modo assertivo la spogliazione dal superfluo e liberazione dalla tirannia del denaro ("Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri", ha ripetuto nell’omelia di San Pietro e Paolo), mediante una riforma strutturale dell’economia, possa condurre di converso un investimento speculativo, congiunturale, di centinaia di milioni di euro, sulle strade del lusso, nelle vetrine in cui un capo di abbigliamento e accessorio di pelletteria costano quanto il salario mensile di un operaio e di un bracciante, di un precario e di un cassintegrato. Se in altri termini la Chiesa egalitaria e antagonistica del Papa gesuita, che stigmatizza l’incremento della disuguaglianza e delle rendite da capitale rispetto ai redditi da lavoro, lanciando dalle colonne di Civiltà Cattolica, con il visto della Segreteria di Stato, la proposta comunistica e rivoluzionaria di retribuzione universale di base a beneficio di quattro miliardi di persone, possa rilevare un asset che, quand’anche remunerativo e trasparente, viene a configurare, per fashion e location, panorama e paradigma, un simbolo della disparità elitaria, consumistica e della tecno-finanza, dirigistica, che la governa (dove il motto di Harrod’s, "Omnia omnibus ubique", "Tutto a tutti ovunque", si presta con uguale impatto semantico a indicare paradossalmente i due opposti del comunismo e consumismo). O se il confine caravaggesco tra zona grigia e griglia luminosa le impedisca invece di superare la soglia suddetta. Pena il restare dalla parte sbagliata del dipinto e non essere intercettati dal richiamo di Cristo, perdendo credibilità e mettendo a rischio la propria identità. E’ difficile, in proposito, immaginare un affresco più fifty – fifty e conflittuale della Vocazione di Matteo. Diviso e conteso tra il raggio e l’ombra. Esteticamente coeso, eticamente sospeso al quesito amletico, cromatico e problematico di cui sopra. Unitario e duale. Poeticamente completo e profeticamente incompiuto. Quadro a metà che di più non si può. Irradiato in superficie, negli occhi dei protagonisti, da pittura rivoluzionaria e squarcio di novità. Insidiato sotto al tavolo e sui volti delle comparse da una pletora reazionaria di ambiguità, di verità nascoste. Sul crinale, sottile, tra vento dello Spirito e spifferi depistanti. Ammanchi fraudolenti e mancanza di fede. Folgorazione divina e folgori giudiziarie. Rivelazioni fulminanti e interrogatori fiume. Aperti a qualsiasi esito e finale del racconto.

PIERO SCHIAVAZZI

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