(foto depositphotos)

Storici marchi in crisi. Americani, Brooks Brothers e Levi’s jeans. Il marchio delle camicie botton down e quello dei pantaloni più popolari al mondo. Nomi leggendari sopresi dal crac economico. Lo statunitense Brook Brothers è una proprietà italiana, fa capo a Claudio Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica. Lo storico marchio con ricavi da quasi un miliardo di dollari ha vestito l’America e dieci presidenti degli Stati Uniti. Del Vecchio jr. ha annunciato il ricorso al Chapter 11. Tradotto in volgare italiano, il ricovero in amministrazione controllata. In parole povere, l’eventuale anticamera del fallimento. Il ricorso al Chapter 11 ha come scopo primario la salvezza dell’azienda e la ricerca di un nuovo socio. Claudio Del Vecchio, per il brand Brooks Brother, cerca un acquirente. La continuità durante il processo di vendita già se l’è garantita con il finanziamento di 75mila dollari da WHP Global. L’investitore sostenuto da Gaktree Capital e Blackrock proprietario dei marchi di moda Anne Klein e Joseph Abboud Marche. Il gruppo, come pure jeans Levi’s, è stato messo in ginocchio dal coronavirus. Brooks Brothers costretto a licenziare dipendenti e a chiudere negozi. Cinquantuno su 250, che sarebbero anche niente rispetto alla spagnola Zara (1.200 negozi già chiusi causa pandemia) e a marchi di rilevante importanza: Neiman Markus, J.Crew, Penney. Griffe che hanno già portato i libri in tribunale. Era il 1896 quando John Brooks, nipote di Henry Sands Brooks, che aveva aperto nel 1891 la sartoria poi diventata Brooks Brtohes, sentenziò la fine dei colli posticci applicando alle camicie il buttondown. Il bottoncino ispirato alla chiusura delle polo inglesi. Le nuove camicie furono indossate da Nelson Rockfeller, Jack Kerouac, Gary Cooper e Gary Grant. Sono diventate un mito. Il solido simbolo dell’America comprato da Del Vecchio jr, poi finito in mano a Marks&Spencer. Le camicie col bottondown sembravano diventate immortali e pure gli abiti griffati con la pecora sorretta dal nastro. Un rito scaramantico con i broker debuttanti a Wall Street sempre avvolti in un abito Brooks. Il coronavirus ha corroso anche la certezza di quell’eleganza senza tempo. Il crac della camicia più popolare al mondo. Claudio Del Vecchio sostiene che il Chapter 11 "era l’unico modo per salvare la società, adesso possiamo proseguire le discussione per far entrare un nuovo azionista". Sarebbero in corso colloqui con nomi con Authentic Brand, Simon Properity e Solitaire Partner. Pare ci sia grande interesse attorno al marchio; le trattative con potenziali partner sarebbero bene avviate. Il grande problema sono i tempi, Del Vecchio spera non siano lunghissimi. Pare che l’imprenditore veneto fosse alla ricerca di nuovo socio da almeno un anno. Brooks Brothers, la leggendaria, si è trovata nel tempo di fronte a una crisi dovuta dal cambiamento dei consumatori. "Amazon prima non vendeva abbigliamenti, oggi è la compagnia che ne vende di più. Siamo obbligati, di conseguenza, a rimodulare l’offerta". In che modo? Rinegoziando il fitto dei negozi, ripensando alla formula dello stesso, riducendone le dimensioni soprattutto come luogo di proposta. "Il coronavirus ha abbattuto i nostri piani", è il dolente grido di Claudio Del Vecchio figlio del fondatore di Luxottica. "Spero che il nuovo investitore possa portare a termine quanto noi avevamo iniziato a fare". Una cosa appare comunque certa: Brooks Brothers continuerà ad esistere. Il marchio Usa è presente anche in Italia, attaccata anch’essa dal micidiale virus. Del Vecchio ritiene che pure il Caso Italia necessiti di una totale rivalutazione. "Insieme con chi ci finanzia e d’intesa col tribunale". L’intenzione di Brooks Brothers è continuare tutti i tipi di business, compresi quelli europei. Intanto, deve fare i conti col crac. Tempi duri per le icone del look Usa, piegato nel tempo dalla spietata competizione che la propone la vendita online. Non solo dall’improvviso attacco del sisma chiamato pandemia. In crisi, come detto, anche jeans Levi’s, da sempre simbolo del Made in Usa. Il pantalone a cinque tasche e i bottoni di metallo forgiato con l’indistruttibile denim bavarese proposto nel 1873 da Levi Strauss. Lo scopo fu di farne un indumento da lavoratore, poi diventato nei secoli un formidabile capo di moda. Sembravano pari la resistenza di quel tessuto e la sua tenuta simbolica. Il secondo trimestre di quest’anno sciagurato ha provocato il crollo di vendita dei jeans Levi’s del sessantadue per cento. L’azienda sta per comunicare che riaprirà il novanta per cento dei suoi negozi, ma di essere costretta a licenziare il quindici per cento del personale. Settecento lavoratori. Un destino che appare ineludibile, comune a grandi brand americani, messi supini dal lockdown. J.Crew con un debito di 400 milioni di dollari, intenzionato chiudere 500 negozi nel mondo; J.C. Penny (450 milioni di passivo) e la catena di lusso Neiman Markus, che ha licenziato 14mila persone solo negli Stati Uniti. Come dire, se Sparta piange, non ride Atene. Piange lacrime amare anche l’Italia, ovvio. E non solo per il proprietario italiano delle mitiche camicie Brooks Brothers.

FRANCO ESPOSITO

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