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Il recovery found arriverà alla fine del prossimo anno. E ancora non si capisce se e come il governo italiano deciderà di accedere al Mes. Intanto, come recita un antico adagio, mentre i medici fanno consulto, il malato muore. Il ristoratore toscano è uno dei tanti a rischio vita in Italia. Colpiti da morte da mala economia, coronavirus, incerta precaria traballante ripresa e dall’incerto futuro in materia di finanziamenti, i ristoratori toscani vivono in pieno un dramma senza fine. Accesso al credito bloccato, nessuno sconto sugli affitti, il sessantacinque per cento dei locali a rischio chiusura. Drammatico il riflesso provocato dall’evidente disagio potrebbe sfociare in tragedia: in bilico venticinquemila posti di lavoro.

Serve altro? Domanda pertinente in ragione dei numeri che denunciano la crisi del settore in Toscana. Rispetto all’epoca pre-Covid, il fatturato medio è calato del settantacinque per cento. La riapertura ha riportato al lavoro solo il trentacinque per cento degli addetti. Peggio di così, non si può. E ancora non s’intravvede il fondo. Davanti ai ristoratori della Toscana si è aperto il baratro, basta niente per finirci dentro.

Due ristoratori del centro di Firenze hanno pagato in parte il fitto, ma non è bastato. I proprietari dei locali hanno fatto arrivare le richieste di sfratto. Una mazzata che si è abbattuta con forza su una categoria in grave difficoltà, causa Covid-A9. "La situazione è sempre più complicata", denuncia il gruppo che si è spontaneamente forma- to durante il lockdown. Novemila imprenditori si sono riuniti in pochissimo tempo, per un totale di tredicimila firme. Secondo l’indagine realizzata dall’associazione, basata su interviste agli imprenditori della ristorazione, il novanta per cento sarebbe pronto a licenziare. E subito lo farebbe, se non esistesse il blocco dei licenziamenti. Venticinquemila in Toscana, seimila solo a Firenze, sono il popolo dei lavoratori nell’ambito della ristorazione a rischiare il posto. Durante il lockdown La perdita di fatturato raggiungeva il picco del novanta per cento, talvolta fino al novantacinque per cento. Solo il dieci per cento del popolo dei ristoratori ha potuto usufruire di aiuti sopra i trentacinquemila euro. Laddove la cassa integrazione, fino a maggio, è arrivata all’ottanta per cento delle imprese del settore.

"Le previsioni sono foschissime", afferma il portavoce del gruppo, Pasquale Naccari. "Il problema numero uno è la mancata erogazione del credito da parte delle banche. Prima hanno inviato segnali d’apertura e poi hanno fatto dietrofront. Chiediamo a gran voce il rinvio al 2021 di tutte le scadenze fiscali, altrimenti non riusciremo a sopravvivere". Il gruppo di imprenditori si batte con vigore per "un urgente accesso al credito, non possiamo continuare a raschiare il fondo del barile". Che poi riguarda la posizione di chi è in cassa integrazione e prende il quaranta per cento dello stipendio. "Cinque-seimila euro al mese, così è impossibile andare avanti". Senza considerare il dramma del mancato accordo sulle locazioni. Solo un ristorante su cinque ha ottenuto una riduzione sul canone di affitto. A fronte della richiesta di "fare una moratoria sula legge Bersani per evitare che chi chiude adesso venga subito rimpiazzato da un’altra attività".

Le città d’arte soffrono più delle altre. Siena, Pisa e Firenze in modo particolare. Il sessantacinque per cento dei ristoratori che ha partecipato al sondaggio minaccia di chiudere, se entro ottobre non arriveranno aiuti. Il restante trentacinque per cento che aveva coraggiosamente rialzato il bandone è in procinto di riabbassare le saracinesche. La ristorazione in Toscana è in pieno dramma. Preda del buio in un momento in cui non s’intravvede neppure una sottile lama di luce. La disperazione a tavola.

Cinquecento ristoranti, quasi tutti nella zona centrale, annunciano che chiuderanno tutto il mese di agosto. Trenta giorni chiusi, qual è la ragione? La carenza assoluta di lavoro, i clienti scarseggiano, nelle città d’arte non ci sono stranieri. La paura da coronavirus e le nome restrittive tengono lontane le masse abituali invasori delle città d’arte. Ridotte in chiave turistica ai minimi termini, Firenze e le sue sorelle coniugano la disperazione con l’assoluta mancanza di prospettive. Ultima a morire, la speranza in questo caso è già morta.

Forte e alto il grido di dolore. "Chi lavora coi turisti e collabora con gli alberghi, non riesce a far quadrare i conti". I ristoratori della Toscana chiedono alla Regione un finanziamento ad hoc. Questo malinconico, triste, drammatico momento andrebbe affrontato e contrastato con la cancellazione dei tributi comunali e un serio impegno a favore delle guide turistiche completamente abbondo- nate dalle istituzioni. Soffrono le città d’arte, ma non sorride la costa, proprio no. "Il lavoro concentrato soprattutto nel week-end non basta a com- pensare le enormi perdite". Il gatto non si morde la coda, l’ha già divorata.

Franco Esposito

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