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Sono passati novant’anni dai primi Mondiali vinti dall’Uruguay che portano la data del 30 luglio 1930. Nella prima finale della storia del torneo della Fifa si sfidavano nello stadio Centenario di Montevideo i padroni di casa e l’Argentina per il sentitissimo derby del Rio della Plata. Più che una partita di calcio sembrava una guerra come raccontano le cronache dell’epoca tra accuse incrociate, minacce di morte e una crisi diplomatica.

Per la Celeste si trattò della consacrazione internazionale definitiva dopo i trionfi nelle due edizioni delle Olimpiadi degli anni venti che avevano fatto scoprire al mondo questa piccola terra sudamericana incastrata tra i giganti.

A quella squadra e alle sue gesta alcuni anni fa il giornalista sportivo Niccolò Mello ha dedicato un libro "Quando il calcio era celeste. L’Uruguay degli invincibili, la prima squadra che dominò il mondo". Con lui ripercorriamo quella memorabile giornata del 1930: "Fu una finale abbastanza annunciata tra le squadre più forti del torneo che arrivavano dopo due semifinali vinte facilmente entrambe con il punteggio di 6 a 1. L’Uruguay era una squadra più solida come struttura ma sembrava nascondere alcune difficoltà e per alcuni si trovava alla fine di un ciclo. L’Argentina aveva probabilmente un gioco superiore, aveva incantato nelle partite precedenti e arrivava alla finale con una condizione fisica migliore. Fu una partita molto particolare perché c’era una tensione emotiva incredibile con un clima virulento. Lo stadio Centenario era una bolgia, c’erano 90mila persone".

Un clima che aveva capito subito l’arbitro scelto per la partita, il belga John Langenus che "aveva accettato l’incarico poche ore prima del match a patto che venisse stipulata un’assicurazione sulla vita e che venisse accompagnato al porto di Montevideo subito dopo il fischio finale. Prima di lui ben 13 persone si presentarono allo stadio facendosi passare per l’arbitro della partita e vennero arrestate". Altra particolarità fu la scelta del pallone con cui si doveva giocare l’incontro che fece litigare ancor prima di scendere in campo: "Langenus decise di giocare il primo tempo con il pallone argentino, un quattro più leggero, e il secondo tempo con quello uruguaiano, un cinque più pesante". La partita fu avvincente, ricca di colpi di scena. L’Uruguay andò subito in vantaggio con Dorado ma il risultato venne poi ribaltato dall’Argentina che concluse in vantaggio di 2 a 1 il primo tempo con i gol Peucelle e Stábile. "Si narra che nell’intervallo gli uruguaiani vennero caricati negli spogliatoi dal carisma del capitano Josè Nasazzi che tirò due pugni sul muro lasciando un’impronta che si intravede ancora oggi". Il secondo tempo segnò il tripudio della Celeste tornata in campo con una voglia matta di vincere. Segnarono Cea, Iriarte e Castro e il risultato finale fu 4 a 2: l’Uruguay in trionfo, l’Argentina nel dramma. I Mondiali del 1930 videro l’Italia come grande assente. Tuttavia, nella finale disputata allo stadio Centenario scesero in campo ben sette calciatori di origini italiane: quattro per l’Argentina e tre per l’Uruguay.

Tra gli italouruguaiani campioni del mondo partiamo innanzitutto da Héctor Scarone detto "El mago" o "el Gardel del fútbol" che fece uno splendido assist in rovesciata nella finale per il momentaneo 2 a 2. Scarone fu leggenda del Nacional di origini liguri e a fine carriera vestì anche le ma- glie dell’Inter e del Palermo. Suo padre, Giuseppe che era un grande tifoso del Peñarol, era partito da Savona nel 1887 per lavorare nell’emergente ferrovia uruguaiana. "Scarone era il centro gravitazionale dell’attacco, una seconda punta o mezzala di genio. Era il Messi degli anni venti, il giocatore più forte del mondo all’epoca. Fu un grande protagonista nei momenti decisivi dei trionfi uruguaiani di quegli anni a volte anche con gol decisivi come quello della finale delle Olimpiadi del ‘28. Era un postino e nel ‘26 rifiutò un’offerta stratosferica dal Barcellona per coronare il sogno di continuare a giocare con la sua nazionale alle Olimpiadi del ‘28 ripetendo quanto ottenuto quattro anni prima. Questa vicenda oggi è impensabile e ci fa capire come quello era un altro calcio con altri valori pieno di romanticismo".

Un altro celebre italouruguaiano fu il capitano José Nasazzi, leader della squadra e capostipite di una grande tradizione di difensori della Celeste che continua fino ai giorni nostri. Altra bandiera del Nacional, Nasazzi "era molto forte fisicamente, aveva i piedi buoni ed era insuperabile nel gioco aereo. Come scrisse Eduardo Galeano, non lo passavano neppure i raggi x". Era mezzo basco e mezzo lombardo, il papà era di Esino Lario, un paesino della provincia di Lecco sul lago di Como. Marmista di professione, dopo il ritiro dall’attività agonistica lavorò in un casinò di Montevideo arrivando a essere il direttore.

Al fianco del capitano giocava Ernesto Mascheroni, "grintoso difensore diventato titolare dopo il primo incontro per l’infortunio di Tejera ottenendo prestazioni di buon livello in tutto il torneo. Baluardo del Peñarol, giocò due stagioni nell’Inter racimolando anche due presenze con la nazionale azzurra".

Pur in secondo piano, i Mondiali del 1930 portano la firma anche del lucano Pedro Petrone che scese in campo solo in un’occasione dato che arrivò al grande appuntamento con diversi problemi fisi- ci: "Petrone era un giocatore molto potente e con un grande tiro dalla distanza. Era un centravanti un po’ rivoluzionario per l’epoca dato che si era abituati a vedere attaccanti agili e leggeri. Vestì la maglia della Fiorentina per due stagioni diventando capocannoniere e rimase sempre legato alla città tanto che anni dopo nella sua scuderia ippica a Montevideo chiamò un cavallo Fiorentina. Era un verduriere e dopo il calcio lavorò prima in un albergo e poi in un casinò con il compagno Nasazzi".

Matteo Forciniti

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