Kamala Harris (Depositphotos)

Joe Biden e la vicepresidenza. Il candidato democratico ha scelto Kamala Harris, 55 anni, senatrice della California, una rappresentante della "Black America", la prima donna di colore a correre per la vicepresidenza (solo tre in ticket presidenziale prima di lei: tutte bianche e hanno tutte perso), già prima donna della "Black America" nel ruolo di procuratore generale della California, era una delle candidate in corsa per la presidenza nelle primarie democratiche, si era ritirata ufficialmente per mancanza di fondi.

"Ho il grande onore di annunciare che ho scelto come candidato alla posizione di vice Kamala Harris, una combattente coraggiosa e uno dei migliori servitori dello Stato", ha twittato Biden. Harris è una tipa tosta, quella di Biden è una scelta giusta, ha il mix giusto di storia che serve per convincere i liberal riluttanti (è di origine indiana e giamaicana), è una progressista, ma senza estremismi iperbolici, è dotata di visione e il taglio è quello di una spada: "Molte cose stanno cambiando, abbiamo economie emergenti e discendenti, l'impatto della tecnologia e dell'automazione, il cambiamento climatico, le popolazioni si stanno spostando, tante cose stanno accadendo nel mondo in questo momento". Rispetto a Biden, una freccia. Biden aveva trascorso un altro fine settimana a ruminare pensieri sul nome per la vicepresidenza, Trump ha ripetuto per l'ennesima volta che il vaccino per il coronavirus ci sarà entro l'anno. L'obiettivo del primo è smuovere i sondaggi che lo danno in frenata, il desiderio del secondo è di tirare fuori dal cilindro il coniglio della sorpresa d'ottobre per stendere il candidato dem in vantaggio.

La scelta di Kamala Harris è il botto di una campagna che per i dem era in stallo. Resta da vedere se sarà sufficiente per dare energia a Biden fino alla fine della corsa. Siamo allo stesso ticket del 2008 a ruoli invertiti e con la variante del fattore donna: allora il giovane nero era Barack Obama, con al fianco un vicepresidente anziano, esperto, rappresentante dell'establishment di Washington; oggi la coppia è quella che vede la corsa del 77enne Biden e una giovane donna di colore nel ruolo di outsider.

LA CAMPAGNA DI BIDEN IN REALTÀ NON È IRRESISTIBILE

Il suo vantaggio è su livelli che non gli consentono di andare a letto come un angioletto. Come fa notare Michael McKenna su Real Clear Politics, Biden "il 5 marzo, era avanti di 5.5 punti. Il 5 maggio era ancora al 5.5%. Il 5 giugno è salito al 7.1%. Il 5 luglio era all'8.7%. In sintesi, il vantaggio di Biden si è mosso di circa 3 punti in uno spazio di 150 giorni, in una campagna che vede ancora 80 giorni alla fine". Nella media di Real Clear Politics sui "top battleground states", gli Stati dove si gioca la presidenza, per Biden le cose sono ancora meno rassicuranti. Il suo vantaggio medio negli Stati chiave (Wisconsin, North Carolina, Florida, Pennsylvania, Michigan, Arizona) è di soli 4.3 punti ed è in calo rispetto a una ripresa della curva della campagna di Trump.

Ecco perché la scelta della vicepresidenza per Biden era un capitolo delicato, forse decisivo per la sua corsa. La scelta di Kamala Harris serve a riunire un partito diviso, a dare energia a un candidato che procede con una navigazione inerziale e non riscuote i favori dell'ala più progressista degli elettori. La missione è quella di unire il fronte contro Trump. Biden aveva una griglia di partenza già stabilita dal contesto storico: doveva scegliere una donna, doveva cercarla tra le esponenti dell'America nera che per i dem è fondamentale (le pressioni dello scenario statunitense sono enormi, i movimenti anti-razzisti di questi mesi hanno curvato lo spazio della politica, si è arrivati così alla prima nomination alla vicepresidenza di una donna di colore), doveva pesare bene il nome, le sue caratteristiche, i pro e i contro, anticipare le mosse di Trump e dei Repubblicani che si sono già scatenati (i consiglieri di Biden considerano Harris la candidata meno a rischio, quella che può resistere a una campagna d'attacco che sarà durissima) e pensare che la vicepresidente di oggi sarà anche un investimento per il domani dei dem.

Harris è una star nascente del Partito democratico e lui, Joe Biden, ha 77 anni, nel 2024 avrà 81 anni e non sarà candidato per un secondo mandato. Harris ha battuto le altre candidate, l'ex capo della sicurezza nazionale Susan Rice; la deputata californiana Karen Bass e la senatrice dell'Illinois Tammy Duckworth.

QUANTO CONTA UN VICEPRESIDENTE NELLA CORSA ELETTORALE?

Può essere decisivo: nel 1960 John Fitzgerald Kennedy conquistò la Casa Bianca grazie alla scelta di Lyndon Johnson che gli assicurò la vittoria in Texas e alcuni Stati del Sud. I destini della Casa Bianca si intrecciano con la storia. Nel 1944 Franklin Delano Roosevelt scelse Harry S. Truman pensando anche al suo stato di salute precario e questa decisione poi assicurò all'America in guerra la successione a un grande presidente con un altro grande presidente. Il 20 gennaio del 1945 Truman divenne vicepresidente, restò in carica solo 82 giorni, il 12 aprile del 1945 (il giorno della morte di FDR) diventò presidente degli Stati Uniti. Fu l'uomo dell'atomica su Hiroshima e Nagasaki. Era aperta la ferita di Pearl Harbor. Truman, "The Man from Independence", ebbe il peso più grande. Fu l'orrore e la fine dell'orrore, la resa del Giappone e il "The End" sul film tragico della Seconda guerra mondiale, il sipario nero che cala sul quadrante del Pacifico.

LA STORIA DEI VICEPRESIDENTI È PIÙ IMPORTANTE DI QUEL CHE SI IMMAGINI

Può essere ininfluente nella vittoria (e sconfitta), ma poi finisce per dare il tocco che manca alla presidenza, buona o cattiva che sia. Cosa sarebbe stata la presidenza di George W. Bush senza la presenza di Dick Cheney? E quella di Ronald Reagan senza George H.W. Bush (il padre), un uomo esperto e equilibrato, forgiato negli anni della guerra, profondo conoscitore della politica estera (fu ambasciatore alle Nazioni Unite e in Cina), ex direttore della Cia? La campagna elettorale americana è una lotta di potere, influenza, denaro, relazioni, dominio degli Stati. Gerald Ford nel 1974 fece la scelta di Nelson Aldrich Rockfeller, un pezzo da novanta (a trent'anni già lavorava nell'ufficio di Franklin Delano Roosevelt), famiglia ricca, potentissima, da sempre nella politica americana, anticomunista, sempre meglio averlo alleato in casa che nemico fuori dal Giardino delle Rose della Casa Bianca. Fu la scelta giusta. E Rockefeller nonostante la sua potenza di fuoco finanziaria non riuscì mai a arrivare alla presidenza.

Michael Beschloss sul Washington Post ricorda che una delle coppie più affiatate alla Casa Bianca fu quella del 1976 tra Jimmy Carter e Walter "Fritz" Mondale, ma questo non bastò a fermare la coppia Bush-Reagan nel 1980 (sconfitta di Carter, un raro caso di presidente uscente che non viene riconfermato) e Mondale fu un pessimo candidato alla presidenza nel 1984 dove i Democratici subirono una pesantissima sconfitta, sempre contro Reagan-Bush. I vicepresidenti si vedono poco, ma prima o dopo contano sempre. Biden ha fatto la sua scelta, ma è solo all'inizio dell'opera. Se vince, diranno che sarà merito della vicepresidente Harris che l'ha rivitalizzato e spinto al traguardo; se perde, ha perso lui e diranno che resuscitarlo anche per una figura forte come Kamala era impossibile.

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