Nicola Zingaretti, Pd (Depositphotos)

Il taglio dei parlamentari su cui si svolgerà il referendum del 20 settembre prescinde totalmente dalle questioni concernenti il miglioramento del funzionamento del parlamento italiano, ma deriva solo da un baratto politico fatto fra il Pd di Zingaretti e il Movimento 5 stelle di Di Maio per arrivare al Conte 2 visto che il Conte 1 era stato fatto cadere inopinatamente da Salvini l’8 agosto 2019.

Se si volesse migliorare il funzionamento del parlamento italiano la via maestra sarebbe quella di eliminare la ripetitività delle decisioni sulle leggi da parte dei due rami del parlamento e arrivare su questo terreno al monocameralismo. Poi, siccome anche le attuali vicende riguardanti il Coronavirus mettono in evidenza che andrebbero rivisti anche i rapporti fra i poteri dello Stato, fra il governo nazionale e le Regioni, è anche auspicabile la trasformazione del Senato in una formula simile al modello tedesco. Può anche darsi che in un’operazione di questo tipo diminuisca di qualche unità il numero complessivo degli appartenenti al parlamento, ma si tratterebbe di un aspetto assolutamente secondario perché solo dei demagoghi possono sostenere che la riduzione del numero dei parlamentari incida in modo sostanziale sulla spesa pubblica.

Carlo Cottarelli ha dimostrato che anche questo eventuale consistente taglio di parlamentari incide in modo irrisorio. Allora questa proposta di taglio di deputati e senatori deriva da tutto un altro filone che è quello dell’antiparlamentarismo, quello di chi ritiene che la democrazia rappresentativa sia moralmente e funzionalmente inferiore a quella diretta, che i parlamentari sono dei "parassiti" e che non potendo ancora eliminarli totalmente vada ridotto il loro numero, tagliati i loro stipendi e in prospettiva affermato il vincolo di mandato. Alle origini di questa visione prima dei grillini c’è il libro "La casta" di Sergio Rizzo e di Gian Antonio Stella.

Secondo Rizzo e Stella i parlamentari sono la casta per eccellenza, per cui vanno eliminati i privilegi, ridotti ai minimi termini i loro numeri e concentrato il fuoco in quella direzione. Sia Stella e Rizzo che il Corriere della Sera che a suo tempo ha propagandato il loro libro che, mettendola sul terreno retributivo, i 100.000 euro annui dei parlamentari sono un’inezia rispetto alle retribuzioni di manager, banchieri e compagnia cantando con produttività tutta da dimostrare. Comunque, i grillini hanno cavalcato questa tigre e per essi la riduzione del numero dei parlamentari è un punto fondamentale del loro programma che ha per obiettivo finale la democrazia diretta tramite la piattaforma Rousseau. Poi, siccome la storia è imprevedibile, oggi i grillini finiscono col tagliare anche sé stessi, visto che la riduzione del numero di deputati e senatori coincide anche con la riduzione delle percentuali dei loro consensi: vale il principio che chi è causa del suo mal pianga sé stesso. In questo quadro chi sta perdendo la faccia è il Pd.

Il Partito Democratico essendo storicamente uno dei partiti fondamentali per ciò che riguarda la democrazia rappresentativa ha votato in parlamento per tre volte No, poi dal No è passato a un Sì finale per un baratto. Per passare dal Conte 1 (maggioranza M5s-Lega) al Conte 2 (maggioranza M5s-PD) è stato fatto un baratto. In questo baratto molto squilibrato dal precedente governo all’attuale sono passati una serie di punti programmatici, fra cui quota 100, reddito di cittadinanza, taglio del numero dei parlamentari. Per di più su questo nodo siamo davanti a una totale sfasatura dei tempi per cui non è passato nulla del riequilibrio richiesto dal Pd, riforma elettorale, modifica dei collegi e dei regolamenti parlamentari.

Siccome però il taglio del numero dei parlamentari è ispirato a una concezione rigorosamente antiparlamentare, vaste aree del Paese rimarranno senza rappresentanza e il funzionamento delle commissioni parlamentari andrà a pallino. Le cose non si fermano qui: l’effetto di questa operazione sarà ultramaggioritario, per cui verranno eliminate dalle Camere tutte le posizioni minoritarie. Per di più, a testimonianza del fatto che Zingaretti e compagni fanno molto male i loro baratti, essi non hanno neanche ottenuto come contropartita, certamente su un terreno assai diverso, ma anche assai importante, quello di acquisire i 36 miliardi del Mes per le spese sanitarie.

Insomma, da tutta questa vicenda il parlamento italiano esce assolutamente massacrato. Per queste ragioni, per bloccare un processo involutivo che colpisce al cuore un istituto fondamentale della nostra democrazia, cioè il parlamento, le più varie posizioni politiche e culturali di centro, di destra e di sinistra si vanno mobilitando per votare No. In ogni caso quale che sia la conclusione della vicenda chi esce con le ossa rotte è il Pd di Zingaretti: un partito che nello spazio di pochi mesi è costretto a passare da tre No a un Sì su una materia così delicata rischia di perdere non solo la faccia, ma anche l’anima.

di FABRIZIO CICCHITTO

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